Si sono contraddistinti fin da subito per le loro atmosfere fumose, sospinte da melodie insidiose e levigate, per poi inerpicarsi lungo le vette della notorietà con la loro partecipazione al talent X-Factor. E anche quest’anno i Les Enfants sono riusciti a far parlare di sé: fresco di stampa, il loro ultimo album Isole, uscito lo scorso 5 maggio per UMA Records, precede la partecipazione del gruppo a uno dei festival più rigogliosi di Milano, il MI AMI.

Siete una band con un’identità peculiare (atmosfere dreamy e un talento evidente per la melodia), che è rimasta essenzialmente la stessa fin dal primo EP. Ma come nascono i Les Enfants? Le scelte stilistiche che avete intrapreso erano chiare fin dal principio o sono il frutto di un’evoluzione avvenuta nel corso degli anni?
Quando ci siamo formati ascoltavamo tantissima musica ambient e post-rock; band come Sigur Ros, Explosion in the Sky, Mogway e via dicendo. Creavamo brani che duravano anche dieci minuti, lavoravamo molto sulla dinamica e non c’erano i testi. Successivamente abbiamo preso quelle atmosfere e abbiamo cercato di creare una sintesi pop, aggiungendo i testi in italiano e sostituendo la batteria completa con un set ibrido formato da timpano, rullante e campane.

Il video musicale di Dammi Un Nome, uno dei singoli di Persi nella notte (2013), si ispira chiaramente a Moonrise Kingdom (Wes Anderson, 2012). Come mai avete scelto di rivisitare proprio questa pellicola per accompagnare il brano?
Perché Moonrise Kingdom racconta la storia di due ragazzini che scappano da un campo scout per cercare di scoprirsi e vivere un’avventura. Così abbiamo deciso di chiedere agli amici con cui facevamo scout di partecipare al video. Erano felicissimi e ci siamo divertiti molto.

Margherita Bonetti

Parliamo un po’ di Isole, il vostro ultimo disco uscito lo scorso 5 maggio 2017 per UMA Records. Un pastiche di tendenze musicali che spazia dal dream pop al synth-pop (Lupo) e dal rock all’elettronica. Vi siete ispirati a qualche album in particolare per la creazione di questo disco?
Ci siamo ispirati a tanti stili e generi diversi per creare qualcosa di nuovo: synth-pop anni ‘80, chitarre funky, ritmiche trap/hip-hop, indie-rock e ambient. Abbiamo mischiato tutto ciò che ci piaceva ed è uscito Isole. Tenere insieme il tutto non è stato facile. Ci ha dato una grande mano Giuliano Dottori, che ha prodotto, registrato, arrangiato e a volte anche scritto con noi le canzoni. È stato davvero un lavoro a 5 mani. Per il brano Isole, inoltre, ci siamo successivamente affidati alla produzione di Antonio Filippelli, conosciuto durante l’esperienza a X-Factor. Ci piaceva l’idea di mettere nel disco questa parte più recente della nostra storia.

Con il tempo il sintetizzatore è diventato una presenza sempre più imponente nei vostri lavori. C’è una ragione precisa alla base di questa scelta?
No. Non avevamo mai giocato con i synth e ora l’abbiamo fatto. In passato abbiamo suonato con le chitarre classiche, le tastiere e lo xilofono, abbiamo modificato la ritmica da acustica a elettronica e aggiunto basi dal computer. Non abbiamo mai avuto un set fisso, cerchiamo di cambiare continuamente. Ci piace unire l’elettronica agli strumenti elettrici; infatti ora utilizziamo anche un paio di strumenti che ci ha dato Gibson, chitarra e basso: sono magnifici e continueremo a suonarli.

Quest’anno parteciperete al MI AMI (25, 26 e 27 maggio). Che cosa pensate del Festival? Parlando di performance live in generale, ci sono state delle esperienze che si sono rivelate più rilevanti di altre per la vostra carriera? E, secondo voi, quanto è importante per un gruppo avere l’opportunità di esibirsi dal vivo?
Il MI AMI da parecchi anni è un punto di riferimento per la musica a Milano e non solo. È un festival che è cresciuto tanto e ha permesso a “giovani” musicisti come noi di conoscere le migliori proposte italiane. C’è sempre stato un grande stile nella comunicazione e nella progettazione di ogni singolo aspetto dell’iniziativa. Siamo onorati di fare parte del programma di quest’anno. In passato i live degli Alt-J, dei Sigur Ros, ma anche di Iori’s Eyes, Ministri e Teatro degli Orrori ci hanno impressionato molto. Per una band esibirsi dal vivo è fondamentale. È necessario fare tanti concerti prima di riuscire a essere tranquilli sul palco ed esprimere al meglio ciò che e il gruppo. Bisogna imparare a gestire la tensione, il rapporto con gli spettatori, avere la possibilità di creare un pubblico affezionato, ma anche prendere confidenza con gli aspetti logistici, testare la propria strumentazione, imparare a far bene un soundcheck. Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone che ci hanno spinti a suonare tanto e in tante situazioni diverse. Questo è stato fondamentale per crescere e rinnovarci continuamente. Sicuramente c’è bisogno di più attenzione ed energie da parte di tutti quelli che fanno parte di questo mondo per dare l’opportunità, soprattutto ai giovani, di esibirsi, sbagliare, provare, riprovare e poter crescere.

Federica Romanò