L’intima analisi del vissuto, tra allegorie e chitarre altisonanti: Gospel, l’omonimo album della band di Varese, offre all’ascoltatore spunti di riflessione su episodi di vita ordinari conditi da un background musicale che spazia dal blues al rock. Melodia e frustrazione si mescolano così all’interno di atmosfere catartiche volte alla purificazione e alla ricerca di rivalsa nei confronti di un passato a loro non confacente.

Gospel è un nome particolare per una band che si distacca completamente dal genere musicale originario del sud America. Da dove nasce il vostro nome?
Il gospel per noi rappresenta lo stretto rapporto che c’è fra l’individuo e la sua intimità: un legame inscindibile che trascende ogni credo, ed è così forte che necessita di essere celebrato. La nostra musica parla di questo: cuore e anima.

Com’è nato Gospel? Qual è stato il motivo che vi ha spinto verso una produzione dalla carica emotiva così forte?
Produzione e impulso emozionale sono due momenti diversi: è partito tutto da impeti di cuore condensati nel tempo, che sono poi stati setacciati dalle abili mani di Marco. Così ha preso forma Gospel, che più che un disco è una belva ammaestrata.

© Ambra Parola

La produzione dellalbum è stata affidata a Marco Ulcigrai, frontman de Il Triangolo e turnista de I Ministri. Qual è il vostro parere sulla scena indipendente italiana?
Nonostante il termine “indipendente” stia assumendo sempre di più un’accezione relativa, crediamo che ci siano artisti validi e altri molto sopravvalutati. Ci piacerebbe un’Italia un po’ più rock’n’roll.

Riff decisi e acustiche morbide: Gospel è il frutto di questa commistione, spesso utilizzata nella produzione di un album. Quali sono le influenze che caratterizzano il vostro retroscena stilistico?
In maniera preponderante le nostre influenze stilistiche arrivano dal rock anglofono: dagli Alabama Shakes a City and Colour. Sarebbe però troppo facile cantare in inglese: da subito l’italiano è stato per noi il mezzo comunicativo più forte di mille chitarre.

Lo scorso 15 marzo in occasione del WOW avete aperto il concerto dei Management del Dolore Post Operatorio, una band con ormai più di dieci anni di esperienza alle spalle. Com’è stato?
Suonare sul palco del Magnolia è stata un’esperienza favolosa. L’acustica è potente e perfetta. Per di più in una serata come quella, dove c’è stato un vero e proprio pienone. Ci sono tremate le ginocchia per un bel po’! 


La vostra storia nasce cinque anni fa, e dopo innumerevoli sacrifici avete firmato per la Costello’s Records. Quali sono ora i vostri progetti futuri?
Far conoscere la nostra musica a più persone possibili. Adoriamo suonare dal vivo e per noi è il mezzo più importate tramite cui arrivare a chi ci offre ascolto; ne siamo dipendenti. Stiamo lavorando per una stagione autunnale proficua di live, e successivamente potremmo anche rientrare in studio per un secondo album.

Sabino Forte