Voto

5

Gli Young Fathers tornano ancora più confusionari di prima con White Men Are Black Men Too, un album che non ha nulla a che fare con le precedenti tendenze hip-hop del trio. La contaminazione culturale insita nell’essenza del gruppo viene perfettamente trasportata all’interno di questo nuovo disco: mischiano il punk e l’elettronica a sonorità molto soul e realizzano tracce che accostano una melodia rumorosa alla dolcezza del pianoforte e degli organi, all’interno delle quali inseriscono i cori. I motivi tribali presenti nella maggior parte dei pezzi non si amalgamano però alla melodia creata dagli atri suoni, e ne restano separati, come se costituissero un brano altro che si sovrappone a uno più orecchiabile.

White Men Are Black Men Too rende manifesto l’atteggiamento provocatorio – spesso esageratamente esplicito – che il gruppo assume. I tre artisti sono indubbiamente fermi su una sempre apprezzatissima posizione antirazziale, portata avanti però con un’insistenza tale da farli apparire in guerra contro il nulla, motivati dal semplice gusto di protestare fine a se stesso. Eccessive e quasi da mal di testa sono le disparate influenze dissonanti che gli Young Fathers infilano quasi casualmente nei loro brani. Il risultato è un album nel complesso coerente e omogeneo, ma che appare – non è chiaro se volontariamente – come una continua forzatura, soltanto qualche volta ben riuscita.

Quest’ultima creazione sperimentale degli Young Fathers rimane un album che non convince fino in fondo: avrebbe dovuto amalgamare i suoni invece di limitarsi a sovrapporli. Soltanto creando un insieme armonico, anche se a tratti rumoroso e non unitario, la scelta coraggiosa di mischiare melodie provenienti da ogni genere musicale e luogo geografico sarebbe potuta apparire sorprendentemente interessante.

Federica Romanò

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