Il XX Milano Film Festival si è concluso lo scorso 20 settembre con l’annuncio dei vincitori e una non-avvenuta proiezione del lungometraggio vincitore. Durato dieci giorni, dal 10 al 20 settembre, le ambizioni di questo ventesimo anniversario della manifestazione erano alte e, a parte qualche  disguido tecnico, non sono state deluse. Già alla conferenza stampa, tenutasi il 7 settembre, gli obiettivi erano alti. Un festival aperto alle novità, come si è dimostrato con il concorso “The festival challenge”, volto a progettare un festival cinematografico “perfetto”; ma anche un festival che potesse parlare a ogni fascia di età con il parallelo Milano Film Festivalino dedicato ai più piccoli – e che valorizzasse tutta Milano, grazie a location distribuite a ogni angolo della città e a una sezione tutta dedicata alla sua storia. Ma soprattutto è stato un festival all’insegna dell’internazionalità: dalla sezione Breathe.Austria, alla scelta dei titoli in concorso, non semplicemente internazionali, ma intercontinentali, con un ventaglio che arrivava ad abbracciare anche l’Estremo Oriente e l’America.

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Above and Below, Nicolas Steiner, 2015 (Svizzera, Germania, USA)

Anche la nostra selezione era finalizzata a coprire un’ampia e, soprattutto, varia fetta dei film del festival.
Ambientato negli USA, ma diretto con l’occhio di un europeo, era Above and Below di Nicolas Steiner, film che è valso il premio della Students Jury Award per la sua “empatica universalità delle storie particolari”, e non c’è da stupirsi. Documentario che contrappone la vita sotterranea dei senza tetto di Las Vegas a quella pochi metri più in alto dei futuri astronauti alle prese con i preparativi per una spedizione su Marte, Above and Below è un’istantanea della disparità del nostro mondo, che ci fa domandare se sia davvero giusto colonizzare altri pianeti prima di aver sistemato il nostro.
Altro pugno nello stomaco dell’etica umana è Flocken di Beata Gårdeler, regista svedese che decide di dipingere la mentalità ottusa dei piccoli paesini della sua patria e la forza di una protagonista emancipata dal sistema. Non è un’opera facilmente “digeribile”, e forse è proprio questo che gli ha impedito la vittoria nonostante fosse stato presentato come probabile vincitore.
Un lungometraggio che, però, non ci ha particolarmente colpiti è stato James White dell’americano Josh Mond, al quale la stupefacente interpretazione di Cynthia Nixon (nei panni della madre del protagonista) non ha valso l’ambito premio, come ci si aspettava. Troppo morboso l’occhio sulla malattia, troppo arrancate le scene: un’opera pregevole, ma con troppi difetti.

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Carmin Tropical, Rigoberto Pérezcano, 2014 (Messico)

Altra pellicola tra i lungometraggi a uscire a mani vuote è stata Carmin Tropical: con un inizio noir che si trasforma ben presto in una storia d’amore, il regista messicano Rigoberto Perezcano, forse a causa dei ritmi a tratti eccessivamente ipnotici, non ha convinto la giuria.
Film che, invece, entra Papa ed esce effettivamente Papa è Our City, della regista italiana immigrata in Belgio Maria Tarantino, che conquista il Premio Aprile per la spiazzante capacità di dipingere Bruxelles da un caleidoscopico e inaspettato punto di vista. Quello di Our City era un successo preannunciato, e la regista può uscire dal festival meritatamente premiata.
Anche Transfatty Lives di Patrick O’Brien non ha deluso le aspettative e si aggiudica l’Audience Award per i lungometraggi. Il documentario in prima persona parte dal momento in cui a O’Brien stesso viene diagnosticata la SLA e lo segue passo dopo passo nell’aggravarsi delle sue condizioni fisiche e nel cambiamento delle sue convinzioni esistenziali. Se l’attitudine scherzosa e anticonformista del registaprotagonista lo porta a definire inizialmente la malattia come “un modo per non pensare più alle tasse e alle bollette”, con lo scorrere della pellicola il tono si fa sempre più serio. Scavando a fondo nell’anima del protagonista il film stesso diventa, sempre più esplicitamente, l’unico mezzo che rimane a Patrick per trovare la forza di andare avanti.

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The Chinese Mayor, Hao Zhou, 2015 (Cina)

Molte erano le sezioni fuori concorso meritevoli di menzione.
Breathe.Austria ci ha donato perle quali Dreams Rewired di Manu Luksch, Martin Reinhart e Thomas Tode e Over The Years di Nikolaus Geyrhalter. Ma la sezione probabilmente più interessante è stata Colpe di Stato, di cui il documentario sul caso Swiss Leaks Falciani’s Tax Bomb è un esempio perfetto. Menzione speciale va alla presenza in sala di Angelo Mincuzzi (“Il Sole 24 Ore”) e di Hervé Falciani stesso, pronti a rispondere ai dubbi che il controverso reportage inevitabilmente poneva. Sempre nella stessa categoria si segnala The Chinese Mayor, narrazione dei cinque anni di mandato che il sindaco Geng Yan Bo ha speso nella città di Da Tong (nord della Cina), durante i quali aveva cercato a tutti i costi di trasformare un quartiere di baracche in un polo di attrazione culturale, ricollocando più di 500.000 persone. Un investimento di capitali sopra ogni logica, dimostrazione dettagliata del difficile rapporto tra cittadini e istituzioni nella Cina contemporanea.
Per la categoria The Outsiders sono degni di nota Nitrate Flames, pellicola a metà strada tra il documentario e la fiction sulla vita di Reneè Falconetti, e Orson Welles, autopsie d’une legende, incentrato sulla figura dell’enfant prodige cinematografico più famoso del secolo scorso. Proiettati tutti e due all’interno della suggestiva cornice del MIC – Museo Interattivo del Cinema di Viale Fulvio Testi, palazzo razionalista in cui oggi sono presenti una sala di proiezione, un museo e una scuola di cinema. E ultimo, ma non per importanza, Fassbinder: To Love Without Demands, il documentario di Christian Braad Thomsen che, in qualità di amico intimo del regista tedesco Rainer Werner Fassbinder (1945-1982), racconta la sua breve ma intensissima carriera, con il supporto di alcune inedite interviste a Fassbinder e agli attori principali della sua “factory”. Thomsen, presente in sala, ha chiuso la proiezione con una riflessione commossa e commovente.

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Fassbinder: To Love Without Demands, Christian Braad Thomsen, 2015 (Danimarca)

La Menzione Speciale del Concorso Internazionale Lungometraggi è stata assegnata a Prince di Sam de Jong. L’anomala pellicola tra il western e il gangster movie è ambientata nella periferia di una città danese, in cui un gruppo di ragazzini sfigati si destreggia tra le prime occhiate alle ragazze e le provocazioni dei tamarrissimi bulli del quartiere. Ma la cornice in cui questi gruppetti si muovono, costituita da genitori assenti, adulti ambigui, droga e malavita, è ciò che il regista vuole denunciare. Elementi solo apparentemente in secondo piano, rispecchiando il punto di vista del giovane protagonista, in grado solamente sul finale di rendersi conto del peso di ciò che gli accade intorno.

Una scelta dunque ampia e variegata quella offerta quest’anno dal XX Milano Film Festival, come dimostrato anche dalla quantità delle categorie presenti e dei relativi premi assegnati. Numero quest’ultimo impossibile da ricordare per qualsiasi essere umano; ecco perché la facciamo breve dicendo che alla fine ha vinto il cinema, il che è anche vero.
Sarcasmo a parte, segnaliamo in ultimo il vincitore assoluto del Concorso Internazionale Lungometraggi: Lamb di Yared Zeleke. Primo film etiope della storia a essere stato selezionato a Cannes, è una fiaba moderna in cui Ephraim, bambino di 9 anni, cerca la propria strada per la libertà nel tentativo di salvare il suo migliore amico, una capra, dallo zio che vuole farne carne da macello per una festa religiosaAttingendo a piene mani dal neorealismo italiano di De Sica e Visconti, Zeleke confeziona un prodotto che, pur non aggiungendo nulla di nuovo alle tematiche del così detto “world cinema”, risulta toccante e sicuramente d’impatto sotto il profilo dell’ambientazione, immergendo lo spettatore in una realtà troppo spesso dimenticata dalla grande distribuzione.

Lamb, Ross Partridge, 2015 (USA)

Lamb, Ross Partridge, 2015 (USA)

Anche quest’anno, dunque, il Milano Film Festival sembrerebbe aver soddisfatto le aspettative, proponendo una ricetta ben calibrata costituita da proposte di cinema classico e di innovazione, ma soprattutto valorizzando le realtà locali, milanesi nello specifico, e favorendo l’apertura verso un cinema dal sapore sempre più internazionale.
E non solo cinema: le location di parco Sempione e del Teatro Strehler sono state palco d’eccezione per tutta la durata del festival con dj set e concerti, chiamando a sé anche un pubblico di non addetti ai lavori. Un’opportunità per tenere sveglia una città che troppo spesso chiude col chiudere delle proprie boutiques.

Andrea Mauri e Gloria Venegoni

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