Le tematiche affrontate da Woody Allen sono ben note. Nevrosi, psicoanalisi, sessualità e umorismo yiddish. Eppure, negli anni Ottanta avviene un cortocircuito rispetto all’archetipo alleniano. Vengono abbandonate le nevrosi di Io e Annie (1977), si affievoliscono l’esistenzialismo bergmaniano e il sentimentalismo felliniano che avevano caratterizzato Manhattan (1979), infine la verve marxiana è relegata a qualche battuta; mentre ci si avvicina alle tematiche care a Chaplin, a una visione in cui l’uomo è dominato dal mondo circostante come in Tempi moderni (1936). Permangono il sarcasmo yiddish e New York come ambientazione, che viene immortalata da Gordon Willis (direttore della fotografia già per Manhattan) come una metropoli grigia e fredda, antitetica rispetto alla città tratteggiata nella pellicola precedente.

Si tratta di Zelig, mockumentary uscito nelle sale statunitensi nel 1983, gioiello inconsueto rispetto ai modelli glam dell’epoca che racconta le vicende di Leonard Zelig (Woody Allen), uomo affetto dalla “sindrome del camaleonte” (la capacità di assumere le connotazioni psicofisiche di chi gli sta vicino). Zelig vive il dramma di un uomo che non conosce la propria identità: perso nel mondo, cerca di sopravvivere mimetizzandosi, tanto da identificarsi con Pio XI e Adolf Hitler; confuso nella massa, si nasconde dal giudizio, secondo la metafora pirandelliana della maschera mimetica come desiderio di omologazione.

“Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”.

L’attualissima citazione di Graucho Marx presente in Io e Annie viene ribaltata e accentuata nel film: la nevrosi di Zelig e la sua incapacità di interagire con il mondo viene sbeffeggiata da Allen (e non descritta come avveniva nelle altre pellicole), mostrando un personaggio succube delle convenzioni sociali. L’unica cura sembra essere l’amore per una donna, Eudora Fletcher (Mia Farrow), che lo aiuterà a ritrovare la propria identità, da anni condannata a trasformarsi in quella dell’ego più grande nelle sue vicinanze.

I minuti scorrono a ritmo di charleston, così che lo spettatore vive l’illusione di trovarsi davvero in mezzo al traffico di Time Square del 1928, grazie anche a una scenografia curata in modo rigoroso, agli inserti d’epoca e ai segni di deterioramento della pellicola in bianco e nero. Perfino le interviste a Susan Sontag, Irving Howe, Saul Bellow e Bruno Bettelheim (che tentano di dare una spiegazione sociale, filosofica e psicoanalitica alla sindrome del camaleonte) risultano verosimili.

Il paradosso si erge a tematica portante del film, insieme alla spettacolarizzazione del disturbo di Zelig quale simbolo dell’omologazione di massa: proprio come Zelig copia la realtà così fa il cinema, trasfigurandola a uso e consumo dello spettatore, muovendosi tra finzione e simulazione, commedia e dramma. Il camaleontismo di Zelig, definito “ordinarietà acuta”, lo renderà paradossalmente molto influente nella società, che lo idolatrerà, lo mercificherà e infine lo dimenticherà.

Chi è quindi il camaleonte? La società che soffre di schizofrenia o Zelig che tenta di integrarvisi? Lo spettatore è al contempo attratto e disgustato dal protagonista: se lo vede come un eroe quando abbandona il suo camaleontismo, riconosce in lui il simbolo del trionfo dell’omologazione e della sottomissione dell’identità alla società. A distanza di anni, Zelig è ancora la massima rappresentazione dei meccanismi del gusto di massa, che oggi più che mai è un fenomeno ben noto.

Daniela Addea

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