Voto

6
 

Wim Wenders torna alla vita, torna a raccontare la vita, ma questa volta tramite la fiction, dopo i due documentari Pina (2011) – omaggio a Pina Bausch, film del quale mantiene l’uso del 3D – e Il sale della terra (2014). Purtroppo, non abbiamo potuto godere appieno della visione di Ritorno alla vita perché nessun cinema da noi raggiungibile aveva gli strumenti per proiettare la pellicola in 3D; ma la tecnica di Wenders è talmente sublime da reggere anche senza l’uso delle ultimissime tecnologie.

Colpisce fin da subito la fotografia di Benoit Debie che, insieme alla straordinaria regia di Wenders, regala allo spettatore un’esperienza estetica davvero rara. Movimenti di macchina calibratissimi, brevi piani sequenza mozzafiato, soggettive di grande suspanse e carica emotiva, costruzione maniacale delle inquadrature su più livelli, profondità di campo a perdita d’occhio, effetto Vertigo – dal film Vertigo – la donna che visse due volte di Hitchcock –, sovrimpressioni e giochi di specchi. Qui risiede la forza del film, immerso in un’atmosfera fredda e cupa, quasi hitchcockiana, un susseguirsi di immagini talmente potenti che avvolgono lo spettatore.

Debole, invece, lo sviluppo narrativo della sceneggiatura. Scritta e inviata a Wenders da Bjørn Olaf Johannessen, un ragazzo conosciuto dal regista durante il Sundace Script Lab, è evidentemente immatura. Vengono a formarsi progressivamente cumuli di tensione che, una volta arrivati all’apice, appena prima di crollare, si dissolvono nel nulla; meccanismo che, però, procede con una lentezza quasi estenuante, perdendo in sostanza, caratterizzando con superficialità i personaggi e deludendo continuamente le aspettative di uno strattone in direzione noir.

Che sia un ritmo volutamente prolungato per rendere il messaggio del film? Può essere, ma è comunque troppo. La rappresentazione della fatica nel superamento di un dolore, che si ripresenta nel corso del tempo senza mai scomparire del tutto, è il tema centrale, affiancato dalle problematiche legate al rapporto che intercorre tra vita e arte. Come e quanto si può trasformare la realtà in linguaggio? È eticamente corretto “sfruttare” le vicende umane a fini artistici e di lucro – parola che non compare mai, che nessuno osa dire, ma che scorre continuamente tra le righe –, come spunto d’ispirazione? Dilemmi irrisolti che Wenders sembra, in realtà, porre prima a se stesso che al pubblico.

Benedetta Pini