Voto

7
 

«Oh cielo, ma questo è rock… Rock ‘n’ roll, per giunta!».

Se appartenete alla genia degli ammiratori più fatui e meno pragmatici degli Arcade Fire; se sentite il bisogno fisiologico di un’epica iper-prodotta; se appartenete alla cerchia di coloro che hanno trovato la propria dimensione nei rarefatti duetti di Orfeo ed Euridice contenuti in Reflektor… insomma, se vi ritrovate in parte o del tutto in questi “se”, probabilmente resterete sbigottiti ascoltando Take My Side, il brano di apertura del primo album da solista di Will Butler, Policy. È rock ‘n’ roll, c’è poco da fare, senza nemmeno il filtro di soluzioni produttive stilose ed estetizzanti.

Ma può darsi che, prendendovi i giusti tempi, possiate abituarvi e magari arrivare ad apprezzare Take My Side, sempre che siate disposti a colmare il senso di vuoto che forse avvertirete con le piroette di una batteria iperattiva, con lo sferragliare chitarristico e una melodia minima ma ben strutturata.

Già più conciliante si presenta Anna, che si sviluppa con addizioni su addizioni mentre la linea percussiva si ripete all’infinito. Voce e pianoforte si imitano reciprocamente in teatrali ribattuti, il che già può essere consolatorio per chi è affetto da una delle forme di integralismo arcadico descritto in partenza.

Giunto al terzo brano, Will sente il bisogno di cercare un contatto affettivo con l’ascoltatore: vuol carezzare e soprattutto essere carezzato, e con Finish What I Started arriva vicino a meritarsi le carezze.

Son Of God costituisce un’altra deviazione nel percorso ormai evidentemente imprevedibile di Policy: americanissimi coretti gospel interrompono ripetutamente una strofa discorsiva che sembra non voler portare da nessuna parte (ma in cui la voce di Will assomiglia particolarmente a quella del fratello Win). Tra crescendi abortiti e frulli elettronici, il brano se non altro si merita la curiosità dell’ascoltatore, come anche il suo immediato successore, il più sottile Something’s Coming: bisbigli di voci atone quasi alla Prince sono montati su un bizzarro reticolato, con pigolii di pianoforte che friggono su una graticola fatta di bassi ruvidi.

Proprio quando sembra che Policy stia imboccando la strada della stravaganza, arriva un’altra traccia diretta e inarrestabile, What I Want: all’inizio sembra solo la gemella più carina (sarà la ghirlanda di tastiere?) di Take My Side, ma in corso d’opera stupisce – o quasi – con effetti speciali.

La sonnolenta Sing To Me offre una casella quasi vuota da riempire di malinconia, ma è solo una pausa di riflessione prima di ripartire con Witness, un brano vispo che, con qualche leziosaggine in più, potrebbe costituire il momento più gaio di un qualche musical (le vocine femminili mi fanno già immaginare sgambettanti coreografie).

Che dire complessivamente di Policy? Per cominciare, “complessivamente” è l’avverbio peggiore per parlare di Policy! Fingendo però per un attimo di giudicarlo nel suo insieme, quest’album ci dimostra l’eclettismo del suo autore; un eclettismo forse inconcludente, non furbo ma intelligente, non intellettualoide e qualche volta pure scintillante.

Andrea Lohengrin Meroni