Voto

6
 

Tratto dal memoriale di Cheryl Strayed e adattato da Nick Hornby, Wild racconta un cammino di redenzione attraverso la Pacific Crest Trail, sentiero che collega il Messico al Canada; con lo zaino in spalla e gli scarponi ai piedi Cheryl cerca una rinascita, un modo per ritrovasi e per perdonarsi.
“L’ennesimo road movie, Into the Wild è già stato girato”, si potrebbe pensare. Eppure – e per fortuna – c’è qualcosa di interessante nel film di Jean-Marc Vallée, e questo qualcosa spinge a rivedere le proprie posizioni e superare i pregiudizi iniziali.
Vallée rientra, a mio parere, nella categoria dei “registi del sentimento”: l’introspezione e la presa emotiva erano già emersi in Dallas Buyers Club, e ora vengono nuovamente chiamati in causa. Nessuna grande veduta, nessuno spazio per scenari mozzafiato o per gli aspri paesaggi: l’attenzione è totalmente incentrata su Cheryl. Particolare e apprezzabile è il continuo flusso di pensieri, espresso attraverso una voce fuori campo che accompagna lo spettatore nell’interiorità del personaggio, rendendo visibili le sue paure, la stanchezza e i continui ripensamenti. La macchina da presa segue la donna costantemente, i primi piano ricorrono durante tutta la proiezione e mostrano grandi occhi azzurri dietro i quali si cela una vita da dimenticare.

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La protagonista intraprende il cammino per dimostrare a se stessa quanto possa cambiare e per scordare il passato; eppure questo non le è consentito: Martin Pensa e lo stesso Vallée rievocano la sua storia tramite un montaggio strepitoso, in una serie di flashback magistralmente inseriti all’interno della vicenda. Tutto è studiato nei particolari: i richiami tra i dettagli del presente e i ricordi del passato sono curati con grande maestria. Lo spettatore può, in questo modo, conoscere a fondo i chiaroscuri di Cheryl, gli errori e gli orrori, e l’effetto è di forte commozione.
La pellicola potrebbe essere accusata di aver proposto situazioni viste e riviste: il desiderio di fuggire dai problemi personali – droga, tradimenti, rapporti promiscui – in seguito a un dramma familiare è in effetti una tematica trattata molto frequentemente. Il desiderio di Vallée non era però presentare una storia originale e fuori dagli schemi, ma insistere sul fatto che tutti, in qualche modo, dovremo prima o poi guardarci alle spalle e fare i conti col nostro vissuto: ognuno potrà decidere se e come percorrere il proprio cammino di espiazione e avere il coraggio di ammettere i propri errori, accettarli e andare avanti.
Nel complesso, quindi, Wild ha superato il banco di prova, grazie anche alle interpretazioni della dolcissima Laura Dern nei panni della madre di Cheryl e soprattutto di Reese Witherspoon, non a caso candidata agli Oscar come migliore attrice protagonista: regge efficacemente la scena, affronta con naturalezza – forse troppa – ostacoli che la mettono a dura prova e lo spettatore si trova inevitabilmente a fare il tifo per lei, nonostante sia un personaggio dalla dubbia moralità. Incantato dal lungo peregrinare, chi assiste giunge insieme alla protagonista alla meta – spirituale o geografica, poco importa – e si abbandona alle note e alle parole della meravigliosa cover di Walk unafraid dei REM:

How can I be
What I want to be?
When all I want to do is strip away
These stilled constraints
And crush this charade
Shred this sad masquerade
I don’t need no persuading
I’ll trip, fall, pick myself up and
Walk unafraid

Anna Magistrelli

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