Voto

8

Il cinema si tinge di jazz, penetra con una forza dirompente e squarcia l’anima, non senza effetti collaterali. Questo è Whiplash: una rullata interiore, un assolo di batteria che lascia tutti senza fiato.
Accantonate lo stereotipo di film musicale americano, dimenticate le melodie spensierate e i buoni sentimenti: l’intenzione di Damien Chazelle – il giovanissimo regista che affronta il suo primo lungometraggio – è tutt’altro che scontata.
La passione si tinge di jazz e ha un nome, Andrew; insensibile nei confronti di famiglia, amicizia e amore, il ragazzo mostra un legame esclusivo con la musica, spinto dal desiderio di diventare uno dei migliori batteristi jazz al mondo.
La durezza si tinge di jazz e si svela in Fletcher, un professore di conservatorio dai discutibili metodi d’insegnamento, che spinge i propri allievi al limite della sopportazione.
Inevitabile lo scontro, che si traduce in guerra senza riserve: Fletcher, che incentra le sue lezioni sulla paura e sulla minaccia, si trova a dover affrontare un ragazzo che vacilla, crolla, ma si rialza sempre, anche in condizioni estreme.

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Andrew incarna un ideale di determinazione malsana, autodistruttiva, e diventa oggetto privilegiato dell’impressionante lavoro di fotografia di Sharone Meir: l’insistenza sui primi piani non vuole suscitare pietà o empatia ma piuttosto incrementare attesa e curiosità. Altro punto di forza della pellicola è il focus sui dettagli, che si susseguono con un ritmo incalzante creando quasi una sensazione di affanno nello spettatore. Questi, in una serie di colpi di scena, viene investito dalle immagini di sofferenza del ragazzo, dal sangue e dal sudore di ore di pratica, e inconsapevolmente aggrotta le sopracciglia, scuotendo la testa di fronte a un atteggiamento che rasenta la follia.
Proprio da queste reazioni emerge il successo di Chazelle: ciò che veramente importa non sono le dinamiche tra studente e insegnante, ma il comportamento estremo che li accomuna.

Andrew e Fletcher potrebbero essere considerati l’uno l’alter ego dell’altro, entrambi morbosamente attaccati ai propri sogni, pronti a tutto pur di perseguire il loro obiettivo; a supporto della sceneggiatura, la fotografia – e con essa l’eccellente montaggio di Tom Cross – pone i protagonisti sullo stesso piano, in un climax di pathos che sfocia in un ultimo, drammatico duello.
Lo spettatore rimane in apnea, è rapito dagli scambi di sguardi colmi di risentimento, dalla maestria con cui Andrew afferma il proprio talento e dalle meravigliose musiche di Justin Hurwitz.
Infine, un sorriso amaro nei confronti di un ragazzo, che ha forse superato il maestro, e nei confronti di un uomo, la cui crudeltà nasconde forse un intento più alto.

Un film che rapisce, così come le magistrali interpretazioni: Miles Teller nei panni di Andrew e soprattutto J. K. Simmons nel ruolo di Fletcher, meritatamente in lizza per l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Anna Magistrelli

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