Ci sono diversi aspetti della vita di Nina Simone che meritano di essere resi immortali da un foglio di carta: la sua lucente carriera, le sue tormentate storie d’amore, il suo ruolo nel movimento per i diritti civili e, non da ultimo, la sua incalzante follia, quella che spesso rende un artista degno di essere considerato tale. Il giornalista Alan Light (ex collaboratore della rivista americana “Rolling Stone”), nella biografia What happened, Miss Simone?, disponibile presso la libreria Virginia e co. di Monza, è riuscito a combinare il racconto degli aspetti più intimi e irrazionali della personalità di Nina Simone (quali la depressione, il rapporto controverso con la campagna per i diritti civili e i sentimenti contrastanti nei confronti del marito) con un’analisi tecnica e approfondita dei suoi successi musicali, costruendo un’opera coerente e ordinata, resa facilmente accessibile da una scrittura semplice, diretta e senza fronzoli.

Alan Light comincia il suo racconto partendo dall’infanzia di Nina Simone, prestando particolare attenzione all’inquieto rapporto della futura cantante con i suoi familiari e al modo in cui il fervido clima sociale di allora ha condizionato la sua carriera. Cresciuta nella cittadina di Tryon, nel North Carolina, in condizioni di estrema povertà durante il conflitto razziale che affliggeva l’America negli anni ‘40, Eunice Kathleen Waymon (in arte Nina Simone) trascorse l’infanzia bramando l’amore di sua madre Mary Kate, una predicatrice religiosa estremamente rigida e distaccata, e prendendosi cura dell’adorato padre, John Divine Waymon.

La sua più grande passione è sempre stato il pianoforte, con il quale prese confidenza ancor prima di iniziare a parlare: era una bambina prodigio, destinata a diventare una delle più influenti artiste nella storia della musica. E fu proprio a causa del suo precoce e straordinario talento che Eunice prese per la prima volta coscienza della discriminazione razziale: durante la sua prima esibizione nella chiesa di Tryon fu negato ai suoi genitori di sedersi in prima fila. La bambina si rifiutò di suonare finché Mary Kate e John Divine non trovarono una sistemazione tale da poter osservare le mani della figlia muoversi abilmente al pianoforte.

Nonostante la crescente tensione e le discriminazioni razziali, però, Nina Simone riuscì presto a farsi strada con la musica. Iniziò a esibirsi nei night club e, per evitare che la sua attività giungesse alle orecchie della madre, utilizzò lo pseudonimo con cui sarebbe passata alla storia. Ma il successo vero e proprio arrivò soltanto quando scelse di esibirsi in I Love You, Porgy di Billie Holliday, su suggerimento di Ted Axelrod. Il pubblico accolse il brano con caloroso entusiasmo, al punto che diventò un singolo di grande successo quando venne inserito nell’album Little Girl Blue, rilasciato nel 1957 dalla Bethlehem Records.

Le doti da critico musicale di Light emergono con particolare evidenza nella descrizione dell’impatto di Nina Simone sulla popular music e sul movimento per i diritti civili. Servendosi delle parole di Al Schackman, Light definisce rivoluzionaria la musica della Simone, che, come Thelonious Monk, era in grado di produrre al pianoforte dissonanze e strani “giochi di note” attraverso insolite combinazioni armoniche e l’utilizzo di cluster. Ciò non sfuggì alla critica, che dopo l’esibizione di Nina alla Town Hall nel 1959 iniziò a tessere le lodi della cantante.

La vita di Nina Simone è sempre stata segnata dal cambiamento, che fu per lei l’unica costante. La prima grande svolta fu dettata dall’incontro con Andrew Stroud, primo responsabile dell’instabilità mentale della cantante. Dopo il matrimonio con Nina, Stroud decise di dedicarsi interamente alla carriera della moglie nel ruolo di manager. L’instabile rapporto tra la lei e Stroud viene analizzato con precisione chirurgica nella biografia: testimonianze tratte dal diario della musicista confermano i sentimenti contrastanti di Nina nei confronti del marito, da lei considerato la causa della propria sofferenza – Nina Simone fu picchiata e violentata da Stroud la sera del loro fidanzamento –, ma anche, paradossalmente, una fonte di sicurezza. Dal loro matrimonio nacque Lisa Celeste Stroud, con la quale Nina ebbe un rapporto altrettanto enigmatico, costantemente minacciato dalla malattia mentale della cantante, dall’eccessiva pressione lavorativa e dalle tensioni tra Nina e sua madre, che non approvò mai il suo tenore di vita.

Diverse pagine del libro di Light sono inoltre dedicate all’interesse di Nina per la lotta all’uguaglianza, che cominciò a concretizzarsi dopo l’incontro con la commediografa Lorraine Hansberry. Da quel momento la cantante divenne a pieno titolo un’attivista. I testi di Mississippi Goddam (1964) e Four Women (1966) vengono analizzati dallo scrittore, che non manca di sottolineare il grande contributo emotivo dato dalla voce della Simone ai brani. Precisa inoltre Alan Light: “Four Women aveva a che vedere più con la scelta [di Nina Simone] di presentarsi con i suoi capelli naturali che con la partecipazione alla protesta”. La cantante, infatti, aveva da poco deciso di ribellarsi al canone di bellezza promosso dalla società occidentale: secondo lei le donne nere avrebbero dovuto esprimere con fierezza la propria “africanità”. La discriminazione razziale feriva e turbava Nina Simone nel profondo, al punto che divenne una presenza ossessiva in ogni ambito della sua vita: presto cominciò a esibirsi sul palco in incessanti prediche che, con sempre maggiore frequenza, sfociavano in atteggiamenti violenti e aggressioni.

Col tempo, però, il movimento di protesta e le tensioni all’interno della società americana cominciarono ad affievolirsi e la carriera di Nina, un movimento oscillatorio colmo di alti e bassi, proseguì senza ulteriori contributi alla lotta per l’uguaglianza. Divorziò da Stroud, ma la sua depressione, i suoi sbalzi d’umore e le sue manie ossessive (mai ufficialmente diagnosticate) aumentarono in maniera esponenziale, al punto che la cantante passò gli ultimi anni della sua vita sotto la tutela dei suoi amici e colleghi Al Schackman, Gerrit De Bruin, Roger Nupie e Raymond Gonzalez. Il 21 aprile del 2003 morì di cancro nella sua casa a Carry-le-Rouet (Francia) lasciandosi alle spalle una strabiliante carriera di cantante e pianista classica, blues, folk, R&B, gospel, jazz e pop di cui Light sottolinea il successo mondiale.

Federica Romanò