“Genio e spudoratezza”: deve essere questo il motto della casata dei McLaren, onorato ampiamente dal suo notorio rampollo Malcolm. Costui – dopo essersi guadagnato un posto nella storia con prepotenza da filibustiere, come manager e burattinaio dei Sex Pistols – affrontò gli anni Ottanta con un invidiabile spirito esplorativo, ottimi collaboratori e nessuna preclusione. Tanto per cominciare, nel 1983 orchestrò un impareggiabile e (in)coerente saccheggio di influenze tribalafroworldcountry-caraibiche, depositando tutto il risultato della razzia all’ombra di uno dei più stravaganti monoliti della storia dell’hip-hop, Duck Rock. In esso compaiono figure disparate come il nerd per eccellenza del synth-pop, Thomas Dolby, e il complesso sud-africano Mahlathini and the Mahotella Queens. Solo un uomo poteva rendere intellegibile questo oltraggioso, ridondante ed eccitante frullato di stili: il produttore Trevor Horn degli Art of Noise, a cui provvidamente McLaren affidò il missaggio.

Facendo suo il detto “impara l’arte e mettila da parte”, McLaren non lasciò che l’esperienza di Duck Rock trascorresse invano: a giudicare dai suoi esiti successivi, pare evidente che si sia appropriato – con l’avidità di un allievo talentuoso – delle astuzie tecniche di Horn, e in particolar modo dell’arte della campionatura, che gli sarebbe tornata molto utile nello sfacciatissimo Fans e soprattutto in Waltz DarlingFans è una persecuzione postuma – baciata da lampi di “barbara” genialità – del povero Giacomo Puccini a sessant’anni dalla sua morte (per quanto in un solo brano si vada a turbare anche il riposo eterno di Georges Bizet). Le arie più celebri del compositore lucchese vengono inscatolate in patchwork di vario livello, tra armoniche a bocca struggenti quanto kitsch, giapponeserie, basi hip-hop e sconnessi recitativi in cui McLaren alterna la propria personalità a quella di personaggi pucciniani come il Tenente Pinkerton della Madama Butterfly.

Waltz Darling, che arriva cinque anni dopo Fans, è un lavoro più armonioso, più discreto nella sua dissacrazione, per quanto McLaren insista a cercare parassitariamente appigli nella musica classica più pop. Infatti si comincia con House of the Blue Danube, nientepopodimeno che un clamoroso episodio di Strauss-sploitation, in cui il Bel Danubio Blu viene maliziosamente deviato e fatto scorrere sul pungente pietrisco delle drum-machine, mentre la chitarra di Jeff Beck squarcia la sua superficie con dei vertiginosi mulinelli. Il risultato è insuperabile nel suo estremismo contaminatorio.

Something’s Jumpin’ In Your Shirt è altrettanto trascinante: su un cocciutissimo loop di percussioni si delineano figurazioni eterogenee, tra gli spavaldi slanci lirici della modella Lisa Marie, le invocazioni da capobanda di McLaren (che ricordano vagamente le incitazioni guerresche di Slave To The Rhythm di Grace Jones), i precipitosi interventi di archi della fantomatica Bootzilla Orchestra e tante, tante campionature. La stessa formula ritorna, con giochi di incastri ancora più ingegnosi, nella title-track Waltz Darling, in cui altri archi – stavolta sintetici – fanno capolino spaesati e mortificati da un sedicente valzer che non rispetta nessuna delle regole del genere. Shall We Dance è la dimostrazione dell’abilità raggiunta da McLaren nella subdola arte della fusion: anche qui azzoppa un valzer, nel caso specifico quello “dell’Imperatore” di Johann Strauss figlio, per amalgamarlo grazie a scioltissime transizioni con coretti alla Gilbert & Sullivan.

Con i suoi bassi sensuali e i suoi saxofoni sognanti che contrastano con dei frenetici sintetizzatori da battaglia, Deep in Vogue è il picco riconosciuto dell’album, grazie soprattutto ai suoi meriti cinematografici, essendo associato al documentario Paris Is Burning nonché alla pratica danzereccia del voguing. Nel resto dell’album, McLaren – non potendo pareggiare l’inebriamento di questo pezzo debordante – non può far altro che svendere il disavanzo di sensualità. E ci riesce elegantemente con la voluttuosa Call A Wave (arricchita dalle brevi perturbazioni chitarristiche di Jeff Beck), con la giocosa Algernons Simply Awfully Good at Algebra (in cui Strauss Jr. è nuovamente tirato per i piedi) e con la lenta e aggraziata I Like You In Velvet, in cui il presenzialista Malcolm si cimenta di nuovo nel ruolo di narratore, assecondando un tappeto sonoro – memore dei Pet Shop Boys più lussuosi – che si gonfia impercettibilmente.

E fu così che – in un crescendo di preziosismi – il predatore McLaren si congedò dagli anni Ottanta, dopo aver saccheggiato almeno quattro continenti su cinque: la vecchia Europa, l’Africa, l’America e persino l’Asia con le pittoresche allusioni alla Madama Butterfly. Solo l’Oceania non è pervenuta.

Andrea Lohengrin Meroni