Roma parla del Messico, dei turbolenti anni Settanta, dei legami affettivi, dei riti della borghesia e delle perverse gerarchie sociali. O meglio, parla di come Alfonso Cuarón ha vissuto sulla propria pelle tutto ciò. E lo fa con un bianco e nero luminosissimo e con movimenti di macchina e piani sequenza sinuosi e controllati che si abbandonano al flusso della vita, all’incedere delle faccende domestiche di Cleo e dei suoi drammi strazianti, ma anche al ritmo delle difficoltà familiari di Sofia, dipingendo le ferite delle due donne con empatia, dolcezza e grande rispetto.

Lontane a causa di un intreccio irrazionale di etnia e rango, l’una è al servizio dell’altra, sottomessa da una rigida gerarchia sociale le cui barriere crollano, però, di fronte all’affetto genuino che Cleo prova per i figli di Sofia – e viceversa – e alla solidarietà che entrambe cercano di instaurare in casa, mentre i rivolgimenti politici si infiltrano nei loro equilibri quotidiani sconvolgendone l’esistenza. Quello dipinto da Cuarón è il mondo matriarcale all’interno del quale ha vissuto la propria infanzia, e lo restituisce con tutto l’amore che ha; ma un amore lucido, consapevole delle cicatrici che una situazione politica come quella messicana può lasciare.

Benedetta Pini