First ManIl primo uomo, Damien Chazelle | Concorso Venezia 75

Dal 1961 al 1969. Questi sono gli anni cruciali in cui Neil Armstrong si prepara al primo allunaggio della storia. Chazelle sceglie di lasciare da parte il “grande balzo” dell’umanità per raccontare invece l’uomo dietro a quel “piccolo passo”, proteggendo il film da ogni forma di retorica o patriottismo filoamericano e mostrando l’altro lato, privato, intimo, di una vicenda nota, invece, per la sua portata storica. Perché prima del Neil Armstrong eroe c’è il Neil Armstrong uomo, alle prese con i propri limiti, le proprie paure e i propri traumi, profondamente segnato da un percorso personale e lavorativo costellato di perdite che lo hanno trascinato sull’orlo dell’alienazione. È questo il bagaglio che Armstrong porta con sè sulla Luna, per poi tornare sulla Terra più leggero, pronto ad affrontare quella vita da cui si stava lentamente distaccando.

Il primo uomo è una pellicola immersiva e avvolgente, che getta lo spettatore nella cabina di comando insieme a Ryan Gosling, anzi, proprio dentro al suo casco, creando un flusso diretto di empatia che tiene incollati allo schermo per tutti i 135 minuti – salvo un paio di momenti in cui il ritmo arranca. Man mano che il film avanza, la regia stringe sempre di più i piani, creando un senso di claustrofobia che trova la sua massima espressione nell’interpretazione controllatissima di Gosling, accompagnato da una colonna sonora che gioca con i pieni e i vuoti fino a togliere il respiro all’intera sala – e con qualche movimento preso direttamente da La La Land, per dare una piccola gioia ai cinefili che l’hanno amato.

Sulla mia pelle, Alessio Cremonini | Orizzonti

22 ottobre 2009. Sono passati più di otto anni, eppure la verità sulla morte di Stefano Cucchi non è ancora venuta a galla. Sulla mia pelle rispolvera gli atti giudiziari e cerca di mettere in ordine i pezzi, ricostruendo gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, morto a soli 31 anni mentre si trovava in custodia cautelare presso il carcere di Regina Coeli. Un argomento difficile, che brucia ancora. E forse è per questo che il film ha commosso la sala, provocando una standing ovation di una decina di minuti. Forse, però, la standing ovation era per le sofferenze patite da Stefano Cucchi, per il dolore della sua famiglia, per la storia che il film racconta, non per il modo in cui la racconta.

Cremonini sceglie la via dei fatti per raccontare il patibolo di Cucchi, rimbalzato da un carcere a un altro, da una clinica all’altra come una patata bollente di cui nessuno sembra volersi occupare. Eppure Cucchi non è disposto a cedere a compromessi, arroccato in un orgoglio infantile che diventerà la sua sua stessa rovina. Ed è in questo che il film riesce: a trasmettere la sofferenza fisica e mentale del patibolo subito da Cucchi senza tuttavia glorificarlo, vittima tanto di se stesso quanto di un mondo in cui vigono la deresponsabilizzazione, l’indifferenza e l’assenza di empatia; perché a tutti interessa solo ed esclusivamente tutelare se stessi. Non riesce, invece, nel contorno: l’isterismo dei familiari impotenti di fronte ai muri che la burocrazia erge tra loro e Cucchi, come lo strazio urlato dei suoi genitori sovraccaricano il film di un patetismo ricattatorio superfluo, di cui non aveva per niente bisogno. Bastavano i fatti.

Benedetta Pini

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