In breve: ridi, ridi, pagliaccio

Il regista Valter Malosti ha realizzato per la prima volta in Italia una versione teatrale di Venere in pelliccia, romanzo di fine ottocento scritto da Leopold von Sacher-Masoch, già adattato a commedia teatrale da David Ives, drammaturgo e co-sceneggiatore dell’omonimo film di Roman Polanski. La trama narra di un’audizione indetta da Thomas, adattatore dell’opera (Valter Malosti nello spettacolo), il quale cerca l’attrice perfetta per il ruolo di protagonista, Wanda von Dunajew: è ormai sera quando, a provino finito, nessuna delle candidate è risultata adatta. A un certo punto si presenta in teatro una donna, Vanda Jordan (Sabrina Impacciatore), all’apparenza rozza e sboccata, che costringe Valter Malosti a provinarla anche se fuori tempo massimo. Nonostante la reticenza iniziale, il regista cede e si ferma a esaminare la candidata: Vanda inizia a recitare la parte dell’omonima protagonista della narrazione, mentre Thomas/Valter le dà le battute interpretando il protagonista maschile dell’opera, Severin. 

La vicenda di Wanda e Severin è abbastanza singolare, parla di perversione ed erotismo, scambio di ruoli tra dominatore e schiavo, impulsi venali portati alla luce dal dialogo, dalla discesa profonda nei meandri dell’animo umano. Nel testo di Leopold von Sacher-Masoch ogni cosa rimaneva tuttavia avvolta nel sottile velo del bon ton di fine Ottocento, elegante, raffinato e mai troppo esplicito. Nella versione di Valter Malosti, invece, il bon ton è un vecchio ricordo, violentato da un gusto trash e da una messa in scena sbracata, nella quale non possono esistere sensualità e attrazione. L’acutezza del testo di David Ives stava nel sottile gioco di seduzione che si crea tra i due personaggi “reali”, Vanda Jordan e il regista, man mano che provano le parti dei protagonisti della commedia, nei quali si calano profondamente e tramite cui scoprono sé stessi.

Ma di questa atmosfera sospesa e delicatamente voluttuosa non rimane nulla: la scelta del regista di esagerare al massimo il carattere grossolano di Vanda e quello remissivo di Severin, senza mai farli evolvere, e di utilizzare una recitazione impostata e tecnicissima che non lascia sorgere nessuna emozione spontanea e naturale portano la pièce a una deriva molto diversa rispetto al testo di riferimento, ovvero la rivincita della donna sull’uomo totalmente fine a sé stessa. Complice anche la messa in scena del finale, apice del cattivo gusto in cui Malosti (non proprio un bronzo greco) indossa una maglia di rete e si fa umiliare gratuitamente dall’attrice sulle note di Ridi Pagliaccio di Ruggero Leoncavallo.

Inoltre, nel testo di Ives si arrivava a una rivalsa sociale e a uno sconvolgimento di vedute in modo molto più acuto rispetto alla messa in scena di Valter Malosti: con l’avanzare della recitazione la protagonista Vanda si rivela essere, diversamente dalla sua apparente grossolanità, una donna di cultura e di alta intelligenza, capace di cogliere difetti e debolezze d’animo del proprio interlocutore, di analizzare minutamente il suo status sociale e di metterlo alla berlina smontando ogni sicurezza dovuta alla sua appartenenza alla classe borghese, ed è per questo che lei è una vera dominatrice, non solo perché la parte che recita prevede un finale masochista in cui i ruoli si invertono e in cui è proprio il regista a essere dominato dalla donna, che lo lega a un palo come un cane. Avendo rimosso tutte queste sottigliezze, il risultato è sessista: la donna vince sull’uomo in modo ingiustificato e stimola un’empatia spiccia da parte di un pubblico di veneri impellicciate che adorano trovare nella pièce nessi banali con questioni sociali trite e ritrite.

Giada Vailati