Voto

5

In un suo romanzo Haruki Murakami azzarda affermare che la struttura di un labirinto si ispiri alle viscere umane, come a dire che è l’uomo il vero mistero e il suo mondo interiore un luogo in cui perdersi. Lo stesso mondo che Antonio (Giulio Forges Davanzati), professore di un collegio campano degli anni ‘50, scoperchia quando torna nel paesino natio per il funerale del padre e ritrova un luogo abitato da sole donne, dominato dalle inquietanti figure di sua madre e di sua zia, ambigua coppia appassionata di erbe dagli strani poteri.

Da queste premesse, Nadia Baldi e lo sceneggiatore Ruggero Cappuccio, entrambi nomi noti del teatro campano, costruiscono un film che trae suggestioni dalla psicoanalisi per parlare della mente umana, del passaggio all’età adulta sull’onda dirompente dell’erotismo e dei suoi corollari,della necessità di seppellire un Padre che si trasforma in concorrente sessuale e del tentativo di sfuggire all’abbraccio, tentatore ma soffocante, della Madre. Un insieme di elementi che conferiscono ai primi minuti di Veleni un’aura sensuale e quasi ipnotica, che avvince fondendo reale e onirico, presente e flashback. Sostenuto inoltre da un cast di professionisti (Lello Arena, Tosca D’Aquino e Roberto Herlitzka) in forma e ben diretti.

Ma più il tempo passa, più la sceneggiatura si sfilaccia, perdendo coerenza e unità tra le sue parti: a una mano felice nei dialoghi non corrisponde un’adeguata abilità nella struttura e così, tra personaggi male o per niente introdotti ed eventi che rimangono in sospeso, sembra che gli autori finiscano per perdersi nel labirinto delle loro stesse suggestioni.

Francesco Cirica