“Ero su un treno dalle parti di Los Mochis e Chihuahua e mi sono detto che il più bel film che potevo immaginare era un film che non si fermasse mai: se sei su un vagone merci e il mondo ti sfreccia accanto. Questo desiderio di fare un film che non si fermi mai mi ha seguito per tutta la carriera. Il mio prossimo progetto si chiama Untitled ed è un documentario sul nulla, non c’è un tema. Voglio solo girare il mondo per un anno, riprendendo tutto quello che mi passa davanti. È il mio progetto più estremo sul movimento e il viaggio” (Michael Glowegger, 2013)

Inizia così l’ultimo e il più ambizioso dei documentari del regista austriaco Michael Glawogger, partito nel dicembre del 2013 alla scoperta dei luoghi, del mondo, della vita. Il film, frutto di settantuno giorni di riprese, sarebbe dovuto apparire in altra forma, ricco di contenuti più numerosi e diversi tra loro. Ma, durante le riprese, il regista è venuto a mancare improvvisamente, a causa di una malaria celebrale contratta lungo le strade di Harper, in Liberia. Soltanto due anni dopo Monika Willi, storica montatrice delle pellicole di Glawogger, decide di riorganizzare il materiale visivo e gli appunti raccolti, regalando al pubblico quel viaggio che negli intenti è stato senza fine.

Girato tra Austria, Ungheria, Serbia, Bosnia, Italia, Marocco e lungo tutto il corno d’Africa, Untitled rifiuta qualsiasi etichetta di produzione: non ha un tema ed sono assenti i sottotitoli negli sporadici dialoghi, sebbene una voce off (nella versione italiana quella della cantante Nada) snoccioli di tanto in tanto i pensieri tratti dal diario del regista. Le riprese a mano condividono la fatica della migrazione, la solitudine di una famiglia nelle valli bosniache, la distruzione di un villaggio terremotato sugli appennini, la lotta per il riscatto in un’arena sportiva, la miseria e la povertà di uomini e bestie costrette a rovistare in cumuli di immondizia per una speranza di vita. Su queste, così come su numerose altre situazioni mostrate, l’occhio di Glawogger insiste con una fotografia accurata ed emozionante.

Il senso di Untitled sta tutto nell’ascoltare e ammirare l’affannoso respiro del mondo che non ha patria né nazione, e pretende di essere universale. Se l’assenza di sceneggiatura rischia di causare una mescolanza confusa di temi e una tensione da capogiro, non è questo il caso di Untitled: la sensibilità e la compassione dimostrate dal lavoro di Glawogger sono la prova che il tentativo di conoscere se stessi attraverso le vite degli altri è una ricchezza gratuita e universale.

Agnese Lovecchio