Voto

5

Vittima di stalking per anni, Sawyer Valentini (Claire Foy) decide di prendere in mano la propria vita, cambiare aria e ricominciare da capo. Si dice che ammettere di avere un problema sia il primo passo verso la risoluzione dello stesso. Per questo Sawyer sceglie di affrontare il proprio passato e di incamminarsi lungo un percorso di guarigione attraverso la psicoterapia. Peccato che questo spiraglio di luce in una vita drammatica, che trova corrispondenza in una fotografia cupa e asfissiante, si trasformi presto in un tunnel oscuro senza via di uscita.

Soderbergh riprende la storia vista e rivista di un paziente rinchiuso in una casa di cura contro la sua volontà e trascina lo spettatore in un turbinio delirante in cui realtà e finzione si mescolano continuamente senza soluzione di continuità. Che cosa è reale e che cosa è frutto della mente malata, drogata dagli psicofarmaci, di Sawyer? Niente che non si sia già visto sul grande schermo, e non aiutano in quanto a originalità i dialoghi scontati e isterici, una trama che non riesce mai davvero a liberarsi dall’ombra dei propri predecessori e una recitazione poco credibile.

Coraggiosa la scelta di girare il film interamente con un iPhone, che permette una grande agilità di inquadrature, movimenti di macchina ed effetti visivi – primo tra tutti la sovrapposizione a rendere le allucinazioni della protagonista –; giochi e sperimentazioni impossibili senza il supporto di un ampio budget con cui aggiustare il tiro di uno strumento “amatoriale”.

A rendere Unsane qualcosa di più di una riproposizione di uno schema già visto è proprio l’irruzione della contemporaneità, su tutti i fronti. Dalla produzione alla sceneggiatura, fino a diventare il vero motore dell’intera dinamica del film. Stalking attraverso sms e chat, Tinder per distrarsi insieme a uno sconosciuto, la veridicità di un evento provata attraverso foto e video, tanto quanto la facilità di contraffare quello stesso materiale. Ed è breve il passo tra questo thriller psicologico e la critica politica verso l’attualità, le fake news, la società always on, l’ipermediatizzazione, lo storytelling di se stessi attraverso i social network per trasmettere una determinata e studiata immagine della propria vita.

E allora a chi credere? Non importa. A prescindere dall’epilogo di Unsane, è l’ambiguità il fulcro del film, mantenuta da Soderbergh fino all’estremo per veicolare un messaggio tanto semplice quanto spesso dato per scontato: le vittime di abusi fisici e psicologici hanno semplicemente bisogno di essere ascoltate. Nient’altro.

Benedetta Pini