Voto

3
 

Unbroken si presenta proprio come quelle persone estremamente gentili, in modo quasi fastidioso e imbarazzante, con il loro immancabile sorriso meccanico e di pura convenienza stampato in faccia.
Angelina Jolie prende in mano la macchina da presa, con timore di tutti noi, purtroppo confermando che le nostre basse aspettative non erano infondate. L’interessante e ben costruita fotografia di Roger Deakins non è servita a salvarla, né la sceneggiatura di Joel e Ethan Coen – la domanda sorge spontanea: che fine avete fatto? – in cui riponevamo tutte le nostre speranze, né tanto meno la colonna sonora di Alexander Desplat, distrutta da un banalissimo montaggio fatto di raccordi, sovrimpressioni e flashback studiati per strappare a tutti i costi una lacrima agli spettatori.

La pellicola racconta l’epopea di Louis Zamperini, uno stereotipato italiano immigrato in America, con tutto il suo bagaglio di mammonismo e mono-cultura culinaria che, nonostante la bassa autostima, l’indole ribelle e il bullismo subito da parte dei suoi coetanei, si rivela un talento olimpico, bloccato sul nascere dallo scoppio della guerra. Affronterà poi squali, sete, fame, caldo cocente, tempeste, freddo glaciale, torture dei Musigialli – che sembrano avercela solo con lui – senza mollare mai, invincibile e modello per tutti i suoi compagni di disavventure. E così la sua biografia assume man mano i connotati di un’agiografia, confermando ogni sospetto nella sequenza in cui, allo stremo delle forze, deve sollevare una pesantissima trave sopra la testa, esattamente come aveva fatto Gesù Cristo – riferimento ben riconoscibile nell’ombra di Louis.
Una religiosità sempre in bilico tra il sincero e il conveniente è infatti il filo conduttore di tutto il film, insieme a un buonismo voluto a tutti i costi, elementi che emergono in molte frasi fatte alquanto fastidiose: “Un momento di dolore vale una vita di gloria” “Se ci credi, ce la puoi fare” “Se sopravvivrò dedicherò a Te tutta la mia vita”.
“Convenzionale” è il termine migliore per descrivere questo lungometraggio. Oltre al calderone di caratteristiche tipiche del genere, appiattisce la vicenda con una visione storica fatta di cenni superficiali e manicheismo: gli americani non sono altro che vittime delle sadiche torture e umiliazioni dei giapponesi.
L’intento, lodevole, di rappresentare la Grande Storia attraverso la Piccola storia di un uomo qualunque, che altrimenti andrebbe persa, viene frantumato da una resa non all’altezza, come era avvenuto invece in 12 Anni Schiavo. Una vera occasione sprecata, che non rende onore – nonostante nella pellicola tale termine torni con ostentata insistenza – alla straziante e orgogliosa storia, vera, di Louis Zamperini.

Benedetta Pini