Voto

4.5

È sempre difficile confrontarsi con i mostri sacri della letteratura, soprattutto se si tratta di uno dei romanzi più intensi e suggestivi mai stati scritti sulla Resistenza. I fratelli Taviani, coraggiosi o incoscienti, ci provano: agguantano le pagine di Fenoglio e fanno un pasticcio.

Marinelli – il cui sguardo languido è astutamente messo al centro di ogni inquadratura – si trova solo a reggere il peso di un universo finzionale artificiale e asettico, costruito su dialoghi e battute citati pedissequamente dalle pagine del romanzo e restituiti da interpretazioni senza anima né emozioni. Il mondo partigiano è popolato da macchiette indistinguibili: dov’è Leo? Dove sono Hombre e Sceriffo? Dei partigiani, quelli veri, che Fenoglio ben conosceva per esperienza diretta, nessuna traccia.

Ma soprattutto: dov’è il dubbio, l’ombra subdola e maligna del tradimento, che avvelena Milton insinuandosi sempre più nei suoi pensieri? Nel film è completamente assente, inghiottito da una nebbia kitsch e innaturale che ammanta le Langhe – o meglio, quelle che sarebbero dovute essere le Langhe ma che i Taviani hanno tradito, scegliendo di ambientare le riprese in Val Maira – di un’aura artefatta e fastidiosa. In questo modo non si dà mai accesso alla mente di Milton, che rimane estranea e distante.

La sequenza finale, poi, persegue nel pedestre attaccamento al testo (“Sono vivo. Fulvia. Sono solo. Fulvia, a momenti mi ammazzi!”), ma tronca proprio un attimo prima del leggendario “crollo” di Milton, dissipando uno dei più bei finali della nostra letteratura.

Giorgia Maestri