Voto

5.5
 

Una famiglia si muove come un funambolo sul confine che separa il mimetismo e l’antinaturalismo, scegliendo di rappresentare una storia ispirata a storie vere (come recita il cartello d’apertura) con uno stile astratto, freddo e ansiogeno. La macchina a mano, sempre in movimento e irrequieta, insiste sul corpo di Micaela Ramazzotti (Maria) – in una performance piuttosto debole, che si ripete uguale a se stessa e infastidisce lo spettatore memore de La pazza gioia – con continui primi piani e un uso esasperato di focali corte che isolano Maria e rendono le sue reazioni difficili da contestualizzare e da comprendere fino in fondo, preda di un’isterismo che disturba e allontana.

Il film di Sebastiano Riso inizia in medias res e si limita a suggerire un passato che non mostra né esplica, lasciando libero lo spettatore di trarre le proprie inferenze. Qualche allusione alle vicissitudini oscure di Vincenzo (Patrick Bruel) e a quelle degradate di Maria (non è un caso il riferimento a Ostia) è tutto ciò di cui lo spettatore dispone per dare un senso al rapporto perverso tra i due. Se è apprezzabile la rinuncia della sceneggiatura a un didascalismo superfluo, risulta però a tratti difficile conferire credibilità ad alcune situazioni e scambi di battute, indeboliti da personaggi appena abbozzati e da un’esasperazione drammatica che non si regge sulle deboli gambe di un mimetismo dichiarato e non sempre mantenuto.

Maria porta sul proprio corpo i segni di un’esistenza privata dell’autonomia di scegliere e di desiderare, ridotta al vuoto simulacro di sé stessa, vittima sacrificale completamente assoggettata al volere senza scrupoli di Vincenzo. Il lavoro sulla fotografia si allontana dalla “moda Gomorra” del cinema nostrano e privilegia un delicato astrattismo metaforico, dove Maria veste colori chiari, tenui, puri ed è spesso imbrigliata nei suoi stessi maglioni come in una camicia di forza, mentre Vincenzo, personificazione di una malvagità ripugnante, indossa l’oscurità.

Le lacune della scrittura emergono non solo nella costruzione dei personaggi, ma anche nell’esposizione del tema centrale della maternità e dell’utero in affitto, le cui vette problematiche (le adozioni gay) si stagliano sullo sfondo della Basilica di San Pietro in Vaticano, come a suggerire una presa di posizione che però il film non assume mai con fermezza. Il piano di Vincenzo, che da anni e anni sfrutta la fertilità di Maria per arricchirsi, si incrina insieme a Una famiglia, che rifugge un gesto politico forte e si chiude su se stesso, su domande alle quali non risponde, su giudizi che non espone.

Benedetta Pini