Voto

8.5

Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2018, Un affare di famiglia di Kore’eda Hirokazu cattura cuore e mente, stampandovi indelebilmente una serie di fotogrammi di grande potenza visiva. Un’immersione straordinaria ed efficace nel tessuto contemporaneo del Giappone, dilaniato da drammatiche disuguaglianze sociali.

La macchina da presa di Kore’eda si muove aggraziata negli spazi angusti di una piccola e sudicia abitazione per raccontare la quotidianità delle persone che vi abitano, apparentemente uniti da non ben definiti legami di parentela. E sceglie di parlarne soprattutto attraverso i corpi. Corpi che si toccano, che rotolano nudi sul pavimento; corpi sudati, bagnati dalla pioggia; corpi che provano piacere guardandosi e che hanno bisogno di stringersi per riconoscersi davvero. Si scoprirà qual è il tipo di legame che li unisce solo nella seconda metà del film, dopo un sorprendente ribaltamento dell’intera situazione e, di conseguenza, della percezione che ne aveva spettatore, lasciandolo completamente spaesato di fronte a una sceneggiatura che lo costringerà a rimettere in discussione ogni presa di posizione riguardo ai personaggi, alle dinamiche che si instaurano tra di loro, ai sentimenti che li legano e, in generale, all’intera società giapponese. Di fatto, essere una famiglia è il loro segreto, il loro affare, che porta a ognuno dei benefici. Ed è solo in questo momento di crisi che irrompe il vero nodo tematico del film, che obbliga a porsi domande difficili, a mettere a dura prova le proprie convinzioni etiche e morali: è possibile scegliersi? È possibile scegliere chi chiamare “madre”, chi “padre”, chi “nonna”, chi “fratello” o “sorella” a prescindere dal sangue?

Emblema delle radici familiari è l’anziana “nonna” Hatsue Shibata, che ne custodisce e protegge l’esistenza. Kore’eda la ritrae con dolcezza, affetto e amorevole ironia, affascinato dalla sua pelle raggrinzita, dalle sue labbra morbide che abbracciano la polpa di un’arancia o risucchiano i noodles dalla zuppa e persino dalle unghie dei piedi che si taglia in mezzo al salotto. È l’amore che lei prova per i suoi “parenti acquisiti” e che loro provano per lei a tenere in piedi l’intero affare e a svelare un altro segreto, ben più nascosto: tutta la finzione che spesso si insinua nelle relazioni parentali fa molto più male di quanto siamo disposti a riconoscere, incapaci di mettere in discussione un legame prima biologico e poi sociale sempre più stretto. Eppure sembra così semplice: amare e sentirsi amati sono le uniche cose che hanno realmente valore e di cui essere grati con tutto il cuore – e nessun “grazie” sarà mai sincero come quello che Hatsue pronuncia sulla spiaggia mentre guarda la “sua famiglia” giocare felice tra le onde.

Senza mai giudicare né prendere posizione nei confronti di questo “affare di famiglia” portato avanti per anni da una piccola comunità attraverso comportamenti illegali e sotterfugi fiscali, Kore’eda pone chi guarda nella condizione di avere piena libertà di pensiero, spingendolo anzi a cambiarlo e ricambiarlo continuamente durante tutta la seconda metà del film. Al radicale sovvertimento dei ruoli, a cui lo spettatore quasi stenta a credere, sopraggiunge un’amarezza incontrollata. Si ricerca un cenno, un espressione del viso, qualcosa per dimostrare che tutto quell’amore non era soltanto una menzogna. Segnali che arrivano, dolci e sussurrati. Perché è l’unica posizione che Kore’eda decide di assumere: anche se le situazioni si ribaltano completamente, anche se tutto ciò in cui si credeva sembra crollare, l’amore è sempre amore.

Benedetta Pini e Fosca Raia

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