Sono passati quasi cinquant’anni da quando la famosa scena del burro, che costò al film la censura di stato e la condanna al rogo della pellicola, sconvolse gli spettatori del capolavoro di Bernardo Bertolucci, Ultimo tango a Parigi.

Da allora, la censura cinematografica e il suo rapporto con i media ha fatto passi in avanti, indietro, falsi; e in questo contesto varie scene sono diventate iconiche nel mondo del cinema, ma la violenza di un maturo Marlon Brando (Paul) e le lacrime di Maria Schneider (Jeanne), spontanee o non a seconda della propria posizione ideologica, rappresentano più di tutte un simulacro figurativo della storia del cinema.

Oggi, dopo tutto ciò che la settima arte ci ha regalato, risulta difficile credere sia che la pellicola costò al proprio creatore la condanna a due mesi di carcere, sia che la storia intimista di un rapporto consumato fra sofferenza ed erotismo in un appartamento vuoto divenne uno dei più grandi successi d’incasso della storia del cinema italiano. Ma ciò che rende la pellicola del 1972 un gioiello ribelle senza tempo non è soltanto la resa estetica sensuale e senza filtri, avanguardistica allora come oggi, né il contesto socioculturale dove il film si colloca, anche questo fondamentale al fine della comprensione globale dell’opera; entrambi capisaldi della direzione autoriale di Bertolucci.

Il film racconta la storia di due esistenze svuotate, sconvolte da una spersonalizzazione derivata da un trauma o da un’incapacità ad autodeterminarsi, che trovano in un rapporto di sesso senza pre-definizione una nuova maschera per celarsi di fronte a se stesse e all’altro, in un vortice di eros e thanatos sempre più estremo e mai davvero eccessivo. Bertolucci, con una sincerità quasi perversa e un simbiotico rapporto con Marlon Brando, mette davanti alla macchina da presa una rappresentazione del sesso come elemento di distanza emotiva che non è mai più stata così efficace, reale, carnale, in uno spazio vuoto denso di solitudine, incomunicabilità e rimpianti.

Attraverso questo brutale erotismo, i due si estraniano dalle regole della società, dal mito borghese della famiglia e del matrimonio, trasformandosi in maschere rigide e impassibili in grado di celare la voragine di malinconia di lui e la fragilità di lei, la propria incompatibilità; maschere destinate a sgretolarsi a contatto con la realtà, mostrando il volto di un uomo solo, consapevole di una giovinezza ormai sfiorita e profondamente infelice, nascosto dietro a una ostentata e carismatica sicurezza e maturità, e quello di una giovane donna in cerca di fuga dalla realtà borghese di cui fa parte, celata con grande spregiudicatezza ed emancipazione.

Il regista, con lo stile magistrale che lo contraddistingue e la capacità di indagare a fondo l’universo che è l’essere umano, mette in scena il netto e autodistruttivo contraasto esistente fra chi “è” realmente e tra chi si cerca disperatamente di essere, ponendo al centro del proprio conflitto individuale ciò che rende un essere umano tale: l’amore e la sofferenza, due baratri senza fine.

Carlotta Magistris