Voto

8
 

Sembrava pronto poco dopo l’uscita di Songs Of Innocence (2014), ma la gestazione del quattordicesimo album degli U2 si è rivelata più tortuosa del previsto. In parte a causa del tour celebrativo di The Joshua Tree, che li ha visti calcare i palcoscenici più importanti di tutto il mondo per metà 2017, ma soprattutto per gli avvenimenti d’attualità legati principalmente alle elezioni americane, che hanno influenzato il songwriting di Bono Vox, senza però intaccare l’emotività dei testi, quasi tangibile. La vena politica di Songs Of Experience è infatti pulsante, e viene introdotta sul finale di Get Out Of Your Own Way da Kendrick Lamar che, citando le beatitudini del Vangelo secondo Matteo di Pasolini, accende American Soul, brano dalle sfumature garage incentrato sul tema dell’immigrazione (“For refugees like you and me, a country to receive us/Will you be my sanctuary, Refujesus”).

“Nothing to stop this being the best day ever” recita Bono in Love Is All We Have Left, traendo in inganno l’ascoltatore. Se in Songs Of Innocence la speranza permeava l’intero lavoro, in Songs Of Experience la direzione scelta è differente: è ora un buon mix di consapevolezza (“A big mouth says the people they don’t want to be free for free/ The Blackout, Is this an extinction event we see?”, The Blackout) e disillusione (“I will win and call it losing”, Landlady) a fare da colonna portante dell’opera. Un cambio di rotta che tocca anche il sound: a differenza del “gemellino” precedente, più incentrato su produzioni limpide e lineari, i riff di chitarra di The Edge suonano ruvidi, e anche il lavoro di Larry Mullen Jr. e Adam Clayton si fa rudimentale.

Nonostante i richiami ai grandi classici della band (in primis i forti echi a The Joshua Tree in The Little Thing That Give You Away), Bono e co. trovano nuove espressioni artistiche (il vocoder alla Bon Iver in Love Is All We Have Left è una di queste) per impreziosire una formula ormai diffusa tra i grandi standard del pop, realizzando uno dei loro album più solidi degli ultimi vent’anni.

Christopher Lobraico