Nel corso di questo mese la Cineteca di Bologna sta portando di nuovo sul grande schermo le opere di Jean Vigo, completamente restaurate. Morto a 29 anni, ha avuto una storia tormentata. La sua carriera cinematografica è stata oggetto di censure che gli hanno impedito di godere in vita della meritata fama, diventando un’icona della Nouvelle Vague solo dopo la morte. Nella sua troppo breve carriera girò quattro opere: A proposito di Nizza (1930), Taris, o del nuoto (1931) – uno dei primi film della storia in cui furoon utilizzate riprese subacquee –, Zero in Condotta (1933) e L’Atalante (1934).

L’Atalante fu il primo e ultimo lungometraggio di Vigo, il canto del cigno che lo consacrò al successo di pubblico e critica. Di gusto surrealista, il film è percorso dal sentimento dell’amour fou che si diffonde tra le cose, i corpi, la naturalità e i gesti pervadendole. Il tratto che gli ha permesso di acquisire un’importanza storica è proprio il connubio tra il realismo con cui viene rappresentata la città di Parigi e il sapore mistico della storia, un pastiche di immagini oniriche e fantastiche che si stagliano sullo sfondo di una Parigi non ricostruita in studio e indagata senza velleità poetiche.

Spinto dalla volontà di superare le avanguardie storiche del periodo e di portare all’interno del sistema cinema nuove forme di linguaggio, Vigo si concentrò soprattutto sulla rappresentazione del reale nell’opera cinematografica, proponendo un cinema mai neutrale ma, piuttosto, un cinema sociale, come dimostra la sua prima opera A proposito di Nizza, un film muto di 25 minuti che esamina le diseguaglianze sociali all’interno della Nizza degli anni ‘20.

In tutte le opere di Vigo si riscontra una presenza ossessiva della carnalità e del corporale, presenza che si fa discorso, scrittura e rappresentazione, che denota una bellezza lontana dalle avanguardie del tempo ed è volta a segnalare la caducità della vita.

Vigo subì forti censurate e venne tagliato fuori, ma non si arrese mai, e difese sempre il cinema come luogo della libertà visionaria.

Marco Severini