Voto

9

Presentato in concorso alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh è un’opera perfettamente congegnata. La calibratura del dispositivo narrativo è tale che le emozioni suscitate nello spettatore sono dosate con estrema precisione: il campionario emotivo è quanto mai vario ma nessun impeto prevale sull’altro. Disperazione, rabbia, ironia, frustrazione sono contenute in una struttura dai confini ferrei, ma libere di danzare al suo interno in un susseguirsi di arabesque, piroette e battute sferzanti. A volteggiare sullo schermo sono tre incredibili danzatori: una madre in cerca di giustizia per il brutale omicidio della figlia (Frances McDormand), lo sceriffo a capo della polizia cittadina (Woody Harrelson) e l’irregolare braccio destro dello sceriffo (Sam Rockewell). Tre figure titaniche interpretate a regola d’arte.

Al centro della scena, i tre manifesti. Unico contrasto cromatico sui campi verdi del Missouri, il colore dei manifesti è il rosso del fuoco che ha arso il corpo di Angela, la figlia adolescente di Mildred il cui assassino non è mai stato trovato. Imponendo la loro sgradevole presenza, reclamano giustizia: bruciano ma vengono affissi di nuovo perché la ricerca della verità non smetta di essere perseguita e il colpevole possa essere punito. Quando i cattivi cercano redenzione e i buoni sono carichi d’odio, tuttavia, il confine tra colpa e innocenza si rivela ben più ineffabile di quanto i cartelli non vorrebbero asserire e le azioni umane si tingono di tinte cineree.

Giorgia Maestri

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