Massimiliano Russo scrive, dirige e interpreta un film che dimostra già una certa maturità per essere il suo primo lungometraggio. Stiamo parlando di Transfert, che potete godervi in sala a partire dal 12 aprile. Un esordio che aspira a raccogliere l’eredità di Persona (Bergman) non è passato inosservato dalla critica e neanche dai festival: con 15 candidature e 10 premi vinti, la pellicola di Russo è una delle più promettenti di quest’anno.

“Transfert” è un termine psicoanalitico concepito da Freud per indicare un meccanismo mentale secondo il quale un paziente proietta emozioni (positive o negative) sul proprio analista. La psiche è un uno dei temi più profondi che un film possa affrontare, e Russo sceglie di farlo attraverso un thriller psicologico che parla di emozioni e relazioni: un manifesto della follia e della fragilità umana ambientato ai nostri giorni. In un momento storico in cui la parola “depressione” e “pazzia” vengono spesso usate a sproposito, Russo punta una lente di ingrandimento sulle paure più comuni e quotidiane.

Colonna portante del film è il tema dell’incomunicabilità, che si concretizza nella figura dello psicoterapeuta, uno specchio attraverso il quale le persone riescono a parlare con se stesse: gli eventi che vedranno i protagonisti coinvolti in scandali metteranno a dura prova la loro integrità morale e professionale, crollando sotto il peso delle emozioni che non riescono a controllare. 

Un plauso all’ottima recitazione di tutto il cast e alla regia di Russo, che rifugge la facile soluzione di anestetizzare lo spettatore con scontate riprese delle meraviglie di Catania e dintorni. Trasfert è il raggio di luce nell’oscurità di una tempesta, un film che sconcerta con il suo modo di parlare dell’umanità senza filtri e di ingannarci, proprio come la nostra mente.

Filippo Fante