“Train-spotter” in inglese è un termine che identifica una persona che per passare il proprio tempo si dedica a osservare e contare quanti treni passano in una stazione. Allegoricamente parlando, il termine si riferisce a quella categoria di persone per natura inconcludenti e inette, che “si lasciano vivere”, trasportati passivamente dall’esistenza.  Questa breve descrizione di carattere terminologico farà venire in mente ai più il celeberrimo film Trainspotting, classe 1996 diretto da Danny Boyle e tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh uscito nel 1993.

Inetti e inconcludenti sono tutti i personaggi che Welsh plasma con la sua fantasia. Dei tossici. Degli alcolizzati. Oggettivamente un peso per la società. La definizione che tuttavia mi sembra più calzante, in base anche alla storica frase di Mark Renton (interpretato da Ewan McGregor) “Io ho scelto di non scegliere la vita”, è che questi ragazzi siano fondamentalmente dei nichilisti. Nichilista è chi nega un senso a ogni aspetto dell’esistenza, dal più banale al più complesso. Il vuoto esistenziale percepito si manifesta nella scelta di uno stile di vita dissoluto che trova la sua compiutezza nell’autodistruzione causata dall’abuso di ogni tipologia di droghe, tra le quali spicca incontrastata l’eroina. Il circolo è più che mai vizioso, degradante. L’annichilimento della propria persona si concretizza in un’altra celeberrima frase “chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?”. E in effetti, quali ragioni possono smuovere un’anima vittima di se stessa, preda di una tragica mancanza di volontà?

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Il film tutto – così come il romanzo – tratta, paradossalmente, questa tematica con un’ironia inimitabile. Nonostante il vittimismo di fondo, i protagonisti sono squisitamente tragicomici. Ci sono passaggi all’interno della pellicola che sono talmente surreali da strapparci un sorriso, addirittura una risata (si pensi all’assurdo colloquio di Spud che “si spassa a vedere la gente che va a spasso”): d’altronde chi non ha mai riso vedendo un amico ubriaco fare qualcosa di strano, vaneggiare e pronunciarsi in discorsi senza senso? Il surrealismo di Welsh, e di conseguenza del regista Danny Boyle, si configura come il mezzo migliore attraverso il quale farci largo in questo intricato venir meno di ogni tipo di etica o di morale. L’assenza di quest’ultima raggiunge il suo vertice nella scena finale, quella nella quale Rent boy scappa con i guadagni che “l’apparente consolidato gruppo di amici” ha ottenuto vendendo due chili di ottima eroina. Renton scappa, abbandona gli amici con i quali evidentemente l’unica cosa in comune era la tossicodipendenza, riflettendo amaramente sulla sua condizione e sul suo futuro, disilluso e rassegnato a un’imminente vita normale priva di qualsivoglia attrattiva ma che comunque,secondo un immaginario socialmente accettabile, gli permetterà un’esistenza fondamentalmente più serena sulle note nostalgiche di Born Slippy .NUXX degli Underworld.

La portata sociale di questa pietra miliare della cinematografia degli anni novanta è tutt’altro che indifferente. Essa non riporta solamente la realtà schietta e cruda di una gioventù che non a torto si potrebbe definire “bruciata”, come ad esempio in Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Trainspotting fa emergere, con la sua disarmante ironia, un modus vivendi che tende in qualche modo al recupero, ma che è perfettamente consapevole della sua impossibilità: una società secondo la quale il tossico va recuperato e ricondotto a una situazione di sobrietà che gli permetta di vivere pacificamente con una visione del mondo palesemente piccolo borghese non si occupa però di indagare le cause che portano a sviluppare questa forma di disagio e alienazione. Si tratta dunque di una mentalità borghese incentrata su una piatta condizione di sopravvivenza che tende a “tirare avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”, che non si preoccupa di nulla se non uniformare la propria vita a una condizione standard di materialità.

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Trainspotting si conclude, così, con la sopracitata amara riflessione di Renton sulla propria prospettiva di vita, lasciando il resto del gruppo con un palmo di naso. In attesa del sequel, che dovrebbe uscire il prossimo anno, i più curiosi estimatori di questa pellicola avranno sicuramente già letto il seguito dell’opera dello scrittore scozzese. Porno, non più incentrato sull’esperienza delle droghe presenterà i vecchi protagonisti in una veste nuova, senza eroina. Sembrano tutti aver scelto la strada per riscattarsi, chi più goffamente chi meno, mantenendo tuttavia le loro caratteristiche personali e le loro sfumature di eroi tragici nell’ancor più tragica commedia della loro esistenza.

L’atroce attualità dei contenuti raccoglie l’eredità di una tradizione che orbita attorno al concetto di “male di vivere”, percepito da autori, artisti e intellettuali già da diversi secoli. Le parole di Lust For Life di Iggy Pop – canzone che accompagna la prima sequenza del film – riecheggiano per tutta la durata della pellicola: la sete di vita che accompagna “i ragazzi moderni” è inestinguibile, arde e brucia costantemente. Volendo usare un ossimoro, si potrebbe dire che l’immensa vitalità di questi personaggi è tanto indomabile quanto impossibile da soddisfare: l’esistenza è il veicolo attraverso il quale la vitalità si consuma; e l’autodistruzione è la bandiera che viene innalzata una volta compreso questo processo.

Andrea Passoni