A definire la realtà di ogni giorno è una tramatura di relazioni costruita a partire dal rapporto tra l’io e il mondo. Concetti come quello di realtà e di razionalità esistono perché, sulla base di una serie di convenzioni condivise, la percezione di ognuno si accorda a quella di altri individui, tutti raccolti intorno alla normale decrittazione del mondo. Ma se una persona, sia posto un artista, decide di evadere questo tipo di rapporti, il concetto di realtà guadagna fluidità e perde in stabilità, vittima di una mente che ne modifica e storpia i connotati.

Questa la meta della corrente surrealista. Giunti quasi al centenario del movimento, quelli che erano i primi tentativi si sono convertiti in risultati artistici di altissimo livello. E così il pensiero surrealista si mantiene vivo, in piena forma, e tra le sue nuove aspiranti leve c’è King’s Magicians, collettivo cinematografico che finora si è mosso nello spazio espressivo del cortometraggio – due delle loro produzioni sono approdate a Cannes.

Il loro lavoro, segnalato anche dalla rivista spagnola “Surrealismo Internacional”, ambisce a mostrare sullo schermo una porzione di realtà sovrarazionale, attraverso gli strumenti del simbolo e del sogno: per scavalcare la convenzionalità della percezione comunemente intesa scavano nella dimensione onirica per condensano significati più o meno oscuri in immagini, parole, suoni. Ne risulta un bagaglio di bizzarre e valevoli creazioni che presto saranno convogliate in un unico progetto poetico; uno spettacolo tuttora in allestimento che articolerà il loro modo di vedere il cinema, la realtà e il sogno.

Colpisce nella loro ancor giovane parabola la capacità di spaziare da una tecnica all’altra mantenendo un’elevata qualità esecutiva: hanno girato in bianco e nero, a colori e con la tecnica dello stop-motion senza mai apparire improvvisati o tarantolati. Merito della loro preparazione, ma anche di una presa di posizione ideologica precisa. Il loro manifesto, al momento in allestimento, si apre con una frase inequivocabile: “Visione è tutto ciò che ancora mi esalta”. New Born (2015) ne è l’emblema: una donna vestita di bianco si muove all’interno di un oscuro dedalo pluridimensionale, il volto contratto in un’espressione allo stesso tempo stupita e spaventata. Lo spettatore è condotto in uno stato di angosciata tensione: è in corso una trasformazione interiore che viene raccontata dal linguaggio visivo, da jump cut e sovrapposizioni d’immagine.

Un misterioso uomo parla dallo schermo di un televisore sistemato nella stanza in cui la donna è rinchiusa, allargando lo spettro della sua percezione. Il discorso è articolato, punta a mostrare come la realtà possa essere scavalcata, come sia insufficiente quel che di noi vediamo normalmente allo specchio. Ed è questa suggestione ad avviare la protagonista verso un percorso di rinascita, fino a trascendere l’immagine che ha di sé. Le suggestioni sono principalmente visive e uditive (raffinato il lavoro anche dal punto di vista sonoro), il sapore del corto è vagamente lynchiano – e dal bagaglio del cineasta americano i King’s Magicians prendono non poco, tanto che per un istante si può pensare di essere finiti in qualche vicolo narrativo dell’ultima stagione di Twin Peaks – Il Ritorno. Complice la struttura circolare del racconto: la donna viene assunta in un’altra dimensione (o presunta tale) e infine rilasciata al punto di partenza, nuda e cosparsa di un liquido vischioso, quasi amniotico.

Nel corto in bianco e nero Toujours Present en Nous (2016) il mimo inglese Lindsay Kemp brancola in un paesaggio desolato; il suo volto campeggia in primo piano. La situazione, gaia e allo stesso tempo sospesa, carica di una strana inquietudine, muta sensibilmente quando il protagonista incontra una figura sbiadita, fuori fuoco. Un suo doppio, si potrebbe azzardare: c’è una certa somiglianza tra i due. La presenza è perturbante, ma si percepisce come al mimo sia impossibile fuggirla. Un incontro necessario, giusto ritardato da qualche schermaglia, da un avvicendamento che richiama forse lo scorrere pacifico e pur turbolento della vita. Un lavoro che intreccia diversi linguaggi, visivo, mimico e sonoro, e dal cui bianco e nero scaturisce un effetto potente, disturbante, di congestione percettiva.

Notevole è l’uso sapiente della tecnica del passo uno nel recentissimo Du Temps Perdu (2018). Una stanza dalle pareti rosso sangue viene affollata via via da bizzarri pupazzi antropomorfi (c’è chi ha due teste, chi danza, chi è un essere a metà tra l’essere uomo e tavolino), vengono sbalzati in questa stanza-palcoscenico passando attraverso una porta traballante. Interagiscono tra loro in maniera slegata, sembrano non riuscire a porsi sullo stesso piano di un linguaggio comune, finché il corteo si esaurisce con l’arrivo di un pupazzo ammantato di nero e sulla scena rimane solo il protagonista. Una rappresentazione densa e complessa, che sembra rispondere a un’esigenza metaforica: è la storia di una vita ad essere raccontata, del suo tempo perduto.

Completano la filmografia del collettivo Le Temps Prend Feu (2017) e Notes de Senfoncer dans du Rêve (2018). Le immagini di entrambi i lavori sono sofisticate, come risposta a un’esigenza poetica. Il lavoro dei King’s Magicians, a questo punto, si fa interessante e curioso – vedere per credere. Nei loro cortiricorrono immagini e tematiche che definiscono un’impronta estetica e gnoseologica precisa: c’è sempre una soglia da superare, una porta; secondo una ripresa ossessiva del concetto di superamento, di scavalcamento della realtà. Tanto che spesso, dietro a complesse immagini e rappresentazioni, si nasconde il racconto più o meno nascosto di una vita. Insomma, sanno bene cosa fare, o meglio: cosa vogliono fare.

Ambrogio Arienti

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