Voto

7

Dopo l’ascolto del quinto lavoro in studio dei Titus Andronicus, il primo pensiero che si presenta a chi già li conosceva è: “Chi ho appena ascoltato e cosa ne è stato della band che ricordavo?”. E lo spaesamento è più che giustificato: lasciato un gruppo di rancorosi, cistifellici punkettari, rispecchianti in pieno la violenza ispiratrice del loro nome (Tito Andronico è nota per essere una delle più sanguinolente tragedie Shakespeariane) ritornano ora con schitarrate classic rock e ballad come Crass Tattoo featuring Megg Farrell, che è solo la prima delle tante brillanti sorprese che il disco ha in serbo.

La prima salta subito all’occhio non appena si scorre con lo sguardo la breve (7 canzoni) tracklist: una cover/non cover, quasi completamente rivisitata, di Bob Dylan: impresa molto coraggiosa, passibile di eterno scherno. È inevitabile correre dei rischi nel toccare una pietra miliare quale Like a Rolling Stone, non trovate? Eppure, lo sgamato Patrick Stickles, aggiungendo la particella “I’m” al titolo, ne sconvolge il significato. Un gesto di sfida, quasi di accusa, rivolta al cantautore, come a dire: “Sai Dylan? Siamo tutti un po’ la tua Miss Lonely. È vano elevarci a esseri superiori ed impartire lezioni”.

“Believe me, I’m a liar, lying all the time. I admit it, I’ve been lying all along, no fucks allowed”. Ecco servita l’attitudine ribelle. Proseguendo, due brani che si discostano ancora di più dalla matrice punk della band: Real Talk, sinfonia di sassofoni à la New Orleans, e la grooveggiante Above the Bodega (Local Business), il cui “uuh sha la la” riecheggia Mad Sounds e non può fare a meno di ricordare il tipico stream of consciousness di produzione Velvet Underground, che crea una sorta di “Inception musicale” di rimandi, strizzate d’occhio e inchini riverenti. E poi Number One (In New York): 8 minuti di canzone in continuo levare, con un’andatura cadenzata dal pianoforte insistente che angosciosamente marcia, accompagnando l’ascoltatore verso un apice, un’ esplosione agognata che, però, non arriva mai. Nel suo climax, la melodia abbraccia una chiave sconsolata: “I’ve been out of my element, even in my own skin”, e così, decade.

Un disco stilisticamente quasi agli antipodi dei lavori precedenti, ma che si rivela un prodotto di grande qualità. Il filo rosso che lo collega ai suoi fratelli è l’ostinata ricerca della migliore forma possibile dei testi. Dettagliati, storicizzati, epici: alla teatralità Patrick Stickles non vuole ancora rinunciare.

Asia Castelli