Voto

6

Raccontare cosa sia veramente il Cammino di Santiago a qualcuno che non l’ha mai fatto è un’operazione quasi impossibile. Immagini e parole non bastano a far comprendere realmente all’interlocutore quelle migliaia di sensazioni, pensieri e fatiche che scorrono nella mente e nel corpo del pellegrino durante il percorso. È anche per questo che Ti porto io (I’ll Push You) di Chris Karcher e Terry Parish, più che voler essere il racconto di un viaggio, è la storia di un’amicizia, di due vite, di difficoltà e dello sforzo per superarle.

Justin Skeesuck è affetto da una malattia rara denominata MAMA (Multifocal Acquired Motor Axonopathy), che lo costringe, paralizzato a tutti e quattro gli arti, su una sedia a rotelle. Ciò non gli impedisce di chiedere all’amico Patrick Gary di accompagnarlo e supportalo in quella che sarà l’esperienza più incredibile della loro vita: percorrere gli 800 chilometri di pellegrinaggio che portano da Saint-Jean-Pied-de-Port, sul versante francese dei Pirenei, a Santiago de Compostela, in Galizia.

Accettando la sfida, Patrick si assume tutte le responsabilità del caso, diventando in questo modo il vero protagonista del documentario. È su di lui, sul suo grande sforzo, sulle sue riflessioni che il film si concentra in maniera quasi ossessiva. Il Cammino e il suo percorso sono così utilizzati come metafora per esplicitare sensazioni, drammi, piccole e grandi gioie che attraversano nel complesso la vita di Justin e Patrick. Le interviste ai due protagonisti e a famigliari e conoscenti, che punteggiano il racconto del viaggio, ricostruiscono in maniera accurata la storia della malattia e l’evoluzione dei loro rapporti, consentendo allo spettatore una maggiore empatia con le psicologie dei due amici.

Nello spirito del Cammino, la difficoltà non è un ostacolo, è parte essenziale dell’esperienza, e in tal modo è trasformata in gioia. Tutto ciò che accade non è questione di fortuna o sfortuna, ma è esattamente quel che deve accadere. È con la stessa positività che Justin tenta di interpretare l’angoscia, il dolore e le limitazioni dovute alla propria condizione fisica, che lo costringe a ricorrere incessantemente all’aiuto altrui. Questa solidarietà è l’elemento saliente della narrazione, aspetto essenziale sia del Cammino stesso che della vita e della sopravvivenza di Justin: lasciandosi portare, regala a chi lo circonda quella felicità che si può provare solo sentendosi utili nell’aiutare il prossimo.

Simone Veo

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