Voto

5

Definire in maniera chiara le relazioni umane è un’operazione quasi impossibile di per sé. Circoscrivere l’amore entro canoni standardizzati e predefiniti è invece un errore di valutazione umana. Paul Haggis, il regista di Third Person, si focalizza proprio su questo: crea una trama che intreccia tre vicende apparentemente disgiunte per riflettere sulle multiformi e inaspettate sfaccettature che questo sentimento può assumere.

Tutto ha inizio in una camera d’albergo di Parigi, dove lo scrittore premio Pulizer Michael (Liam Neeson) tenta invano di recuperare la vena brutale e spregiudicata che contraddistingueva le sue opere. Con Anna (Olivia Wilde), sua amante e scrittrice lei stessa, vive una relazione turbolenta che pare destinata a procedere tra picchi di passionale sensualità e isterismi. Contemporaneamente, a Roma, Scott (Adrien Brody), singolare uomo d’affari, incontra in un bar dei bassifondi Monika (Moran Atias), una gitana che necessita del denaro necessario a ricongiungersi alla figlia; Scott finirà per subirne l’immediato fascino e a assecondare la donna. A New York, invece, Julia (Mila Kunis) è impegnata in una battaglia legale per la custodia del figlio contro l’ex compagno Rick (James Franco), in quanto accusata di aver usato violenza al loro bambino.

Tre storie che in un primo momento appaiono inconciliabili e che neanche nel finale sembrano trovare una soluzione che le unifichi coerentemente. E qui emerge la pecca fondamentale della pellicola: il regista sembra aver cercato in tutti i modi di recuperare il bandolo di una matassa che non sarebbe dovuta essere sbrogliata in un finale così sbrigativo, che lascia l’amaro in bocca. Dopo un’ora e mezza di una trama accattivante costituita da intricati sviluppi, da situazioni cariche di una poeticità non scontata e da un magnetismo che incrementa nello spettatore il desiderio di vederne gli sviluppi, il finale risulta essere la promessa – volutamente? – mancata di raggiungere l’apice di una trama tesa a una conclusione inaspettata che tuttavia non si concretizza.

È un peccato che il finale rovini un intero film, anche in virtù dell’ottima performance attoriale e della qualità di alcune sequenze; la sceneggiatura non è infatti da scartare a priori, così come non sono scontate né le tematiche trattate (l’amore, i rapporti umani e la loro complicatezza) né il modo in cui vengono sviluppate: sequenze a volte strazianti e altre volte finemente erotiche accompagnano le passioni, le fragilità e le delicate malinconie dei protagonisti. Il tutto è poi impreziosito da simbolismi e metafore che arricchiscono la trama.

La sensazione è quella che si avrebbe osservando un’opera d’arte incompiuta o rovinata dal tempo: ne si subisce il fascino, ma allo stesso tempo si percepisce anche quel sentore di incompletezza che ci fa chiedere come le cose sarebbero potute andare se si avesse avuto il tempo o il coraggio di concluderla con più originalità – poiché è questa la mancanza che smorza l’entusiasmo sul finale – e perizia.

Andrea Passoni