Voto

7.5

Ambientato nel mondo dell’arte e dell’estetizzazione del sé in tutte le sue forme, The Square pesca a piene mani da quello stesso ambiente patinato e ne trae stilemi, cliché e atteggiamenti tipo per farne il bersaglio di una satira cruda, che aspira alla provocazione più tagliente senza però raggiungerla. I campi lunghi, la distanza della macchina da presa, le tonalità fredde di colori e la profondità di campo risultano soluzioni efficaci a trasmettere il gelo della desolazione umana rappresentata in The Square, ma tengono lontano lo spettatore, impedendogli di immergersi nel film e condividere la provocazione di Östlund, che lascia indifferenti e cade nel vuoto.

L’intreccio del film di Ruben Östlund non sarebbe probabilmente dispiaciuto a Buñuel (Il fascino discreto della borghesia). Christian (Claes Bang), un curatore di mostre borioso ed egocentrico, è vittima di uno scippo tanto abile quanto inaspettato che, proprio come la valanga di Forza maggiore, provocherà una serie di conseguenze imprevedibili e surreali nella sua vita. È dunque l’inatteso a divenire il collante di una narrazione altrimenti schizofrenica e caotica: l’inatteso irrompe nella vita di Christian, scatenando una serie di conseguenze che frantumano il suo equilibrio e la sua ingessata rigidità, ma verso le quali non è in grado di reagire e ne rimane sopraffatto, trasformandosi in una bestia che desidera solo ottenere vendetta per il torto subito e ristabilire il suo status di uomo “superiore” rispetto a chi l’ha derubato.

Ciò che rivela infatti The Square sono le contraddizioni insite nella categoria a cui appartiene Christian: gli intellettualoidi benpensanti pronti a propugnare ideali di uguaglianza, libertà e fiducia nell’altro (davanti a un’istallazione museale che invita a scegliere tra “I trust people” e “I mistrust people”, chi davvero farebbe crollare l’ipocrita facciata buonista della società odierna?) solo finché gli stessi non si rivoltano contro di loro, rivelando tutto il cinismo e l’egoismo di chi è pronto ad aiutare l’altro esclusivamente per un tornaconto personale. Superbe in tal senso le emblematiche scene della performance scimmiesca alla cena di gala, quadro struggente della profonda crisi della responsabilità individuale, e della conferenza stampa sul video politicamente scorretto per pubblicizzare l’istallazione The Square (e che fine fa la tanto reclamata libertà d’espressione?), ma anche la scena d’apertura in cui l’aver salvato una ragazza da un malintenzionato diventa motivo di vanto personale, nutrimento per la propria virilità. La società di The Square viene così ridotta a un rapporto-scontro tra puri egoismi, accuratamente nascosti da una labile patina di uguaglianza e tolleranza.

Se in questi picchi da ben congegnata commedia surreale Östlund, nonostante si serva di personaggi-tipo non sempre riusciti (azzeccato il bambino, meno Anne), centra l’obiettivo, il minutaggio eccessivo e l’insistenza su uno sguardo moraleggiante e per di più didascalico rischia di rendere sterili le critiche stesse del regista, i cui continui interventi nel film stridono con l’asetticismo distaccato della messinscena: come se non si fidasse fino in fondo della capacità dello spettatore di leggere le immagini e i dialoghi essenziali – ora largamente ampliati – tipici dei suoi lavori. Complice anche una sceneggiatura che si prende troppo sul serio e tenta, fallendo, di inglobare un grande e ingestibile numero di tematiche: mendicanti, pregiudizi sociali, perbenismo, statuto dell’arte contemporanea (e del ready made), sensazionalismo dei media, cultura visuale, derive populiste, esibizionismo…

Benedetta Pini e Lorenzo Sassi