1. Il cavaliere oscuro

Dopo il narcolettico Iron Fist e il tonfo dell’atteso The Defenders, ci voleva una scossa per giustificare l’esistenza di quel ramo del Marvel Cinematic Universe che ha trovato casa su Netflix. Un’iniezione di adrenalina arriva da uno dei personaggi più duri e controversi della “Casa delle Idee”: quel Punisher (Jon Bernthal) che già era stato la sorpresa più gradita della seconda stagione di Daredevil, un personaggio brutale e tormentato, per il quale non esistono scale di grigio e che elargisce la sua giustizia a colpi di proiettile.

2. Spirito di vendetta

Quando un misterioso video sembra gettare una luce sinistra sulle operazioni militari segrete in cui è coinvolto, Frank Castle veste nuovamente la corazza del Punitore per scoprire i veri responsabili dello sterminio della sua famiglia. In nome della verosimiglianza, la caccia sanguinosa che ne deriva è raccontata in tutta la sua brutalità e il protagonista, lungi dall’essere un superuomo immortale, ne esce sempre malconcio. Il suo corpo ferito, trafitto e ricucito traccia una sorta di itinerario del dolore e disegna una simbologia sottile che si cela sotto l’apparenza da prodotto di intrattenimento: la storia di un uomo che nel suo esporsi instancabilmente al dolore sembra voler punire non solo i suoi nemici ma innanzitutto se stesso per una vita ormai priva di ogni significato.

3. Zona di guerra

Se Jessica Jones ha come riferimento i film noir e Luke Cage affonda le radici nella blaxploitation, The Punisher sembra guardare piuttosto a quel particolare filone del cinema di guerra che racconta il ritorno a casa dei reduci. Tra Rambo e Taxi Driver, la serie si confronta con gli strascichi della “sporca guerra” in Afghanistan e, soprattutto, con la difficoltà degli ex combattenti di rientrare in un tessuto sociale che rigetta la violenza a cui il fronte li ha abituati. E lo fa al meglio quando il discorso diviene più sottile, quando il protagonista si spoglia delle granate e dei fucili di precisione e si trova alle prese con i problemi della quotidianità e le questioni di famiglia del suo partner Micro (Ebon Moss-Bachrach).

4. Age of (Ul)Trump

Una serie che mira alla verosimiglianza non può sfuggire al confronto con l’attualità. E The Punisher decide di prenderla di petto, mettendo sul tavolo i più scottanti temi di confronto nell’America di Trump: dall’immigrazione al controllo delle armi, passando per i brontolii della pancia del Paese, tutte le problematiche sonomesse in scena in modo forse un po’ troppo palese. Tuttavia, la trattazione riesce intelligentemente a presentare le questioni nella loro complessità, senza propendere per una parte o per l’altra o scadere in soluzioni semplicistiche.

5. Kick-Ass

Come per gli altri telecomic Netflix, la punta di diamante della serie è il comparto tecnico: a una fotografia curatissima che racconta gli ambienti urbanic servendosi di colori freddi e gioca elegantemente con la profondità di campo fa da contrappunto una regia dal linguaggio modernissimo, specialmente nella composizione delle inquadrature. A ciò si aggiunge un cast di ottimi professionisti, capitanato da un Jon Bernthal che sembra nato per il ruolo. Se qualche neo c’è, si trova nella sceneggiatura, che non riesce a gestire al meglio il villain e le sottotrame , risultando dispersiva a causa del numero eccessivo di episodi.

Francesco Cirica