1. “It’s just a nicer story”

The Leftovers non ha mai ambito a spiegare le motivazioni della Dipartita, neanche all’interno di un universo diverso dal nostro come quello della serie, dominato da regole proprie spesso altrettanto misteriose. Damon Lindelof e Tom Perrotta hanno avuto la brillante idea di parlare di chi rimane (“I Restanti”, appunto), di come l’uomo reagisca all’inspiegabile e del suo bisogno di trovare risposte a ciò che è inspiegabile e, quindi, inaccettabile. Di fronte a una tragica assurdità si finisce a raccontare e raccontarsi storie, nel tentativo di mettere ordine al proprio caos esistenziale; e sono semplicemente queste storie il soggetto di The Leftovers. In un mondo privo anche dell’unica certezza umana, della sicurezza della morte, e presa coscienza della propria inadeguatezza di fronte all’infinità del tempo e dello spazio alla quale costantemente aneliamo con tormento, non resta allora che cercare un rifugio rassicurante in tutto ciò che abbiamo: nelle storie e negli affetti.

2. The Book of Kevin

Il retrogusto biblico si fa dominante con l’incedere delle puntate e finisce con fagocitarne gran parte, forzando eccessivamente alcuni episodi verso un’aura mistico-religiosa. Se nelle prime puntate l’idea di Kevin come nuovo Messia suscitava un certo fascino sugli spettatori, progressivamente appesantisce e inibisce la narrazione della serie, che negli episodi centrali inizia vacillare, a girare su se stessa e a ripetersi.

3. The Book of Nora

L’ambiguità domina la serie fino alla fine, negando categoricamente di fornire spiegazioni al pubblico. Gli autori si limitano a costruire una caccia al tesoro fatta di messaggi simbolici disseminati tra le puntate, legati tra loro dal fil rouge della mitologia interna alla serie. Ma si tratta solo di suggerimenti, di mezze risposte che aprono ulteriori quesiti; una soluzione tanto fascinosa quanto instabile, proprio come era accaduto con Lost. Cosa c’è dopo la morte? Qual è il senso della vita? Nora è andata dall’altra parte? Ha ritrovato i suoi figli? Ma quella di Nora non è altro che l’ennesima storia. Sta a chi ascolta, a Kevin e agli spettatori, decidere se credervi o meno. L’unica certezza è che, ovunque siano andati i dipartiti, “noi siamo stati fortunati, perché abbiamo perso solo alcuni di loro. Loro hanno perso tutti”. Un drammatico ribaltamento di prospettiva che, in realtà, suggerisce la soluzione più rassicurante: liberarsi dei propri sensi di colpa incolmabili e vivere il presente, godere di ciò che si ha.

4. E vissero tutti felici e contenti

La scelta di chiudere The Leftovers in tre stagioni si è confermata vincente e ha salvato la serie al limite del baratro con un finale calibrato al millimetro, tanto perfetto quanto rischioso: sarebbe bastata una sola parola di troppo per far precipitare nel vuoto della retorica l’intera serie. Il flusso della narrazione conclude la vicenda con la semplice dolcezza di una storia d’amore desiderosa di ripartire e con un pacifico happy ending per tutti i personaggi. 

5. Né onore né gloria

Un Oscar, una Palma d’oro o un Grammy non sono la motivazione principale che spinge un regista, uno sceneggiatore, un musicista o una band a intraprendere la propria professione, ma si tratta comunque di riconoscimenti che riempiono d’orgoglio un artista. Nonostante The Leftovers sia uno dei dramma televisivi più riusciti degli ultimi anni e abbia sfornato una terza stagione in grado di mettere d’accordo pubblico e critica, è stato ingiustamente snobbato dall’Academy degli Emmy; mentre, altrettanto ingiustamente, House of Cards si accaparra l’ennesima nomination per una quinta stagione che, dopo le quattro precedenti di godibile cinismo, ha poco o niente da dire. 

Christopher Lobraico e Benedetta Pini