1. Un meccanismo (quasi) perfetto

La storia della sventurata ancella June (Elisabeth Moss), che rischiava di chiudersi su se stessa (il romanzo da cui è tratta la trama si concludeva più o meno in linea con gli sviluppi della prima stagione), trova nuovi innesti. Il tremendo mondo di Gilead guadagna nuovi ambienti e nuovi interpreti, senza perdere mordente. Colpisce come nessun risvolto di trama e nessun particolare sia lasciato al caso: se qualcosa accade, se un qualsiasi oggetto viene inquadrato, tornerà nel prosieguo degli episodi.

2. Il tempo

Se vi aspettate una serie incalzante, allora lasciate perdere The Handmaid’s Tale: il ritmo della narrazione punta su una strategia rischiosa (lenta) ma ben orchestrata, scandita dai progressi della gravidanza di June, che arriva a compimento tra mille disgrazie. La creazione di una suspense mozzafiato giocata sempre sul filo dell’eccesso – marchio di fabbrica della serie – si mantiene per tutta questa seconda stagione, lasciando lo spettatore con il cuore in gola senza tregua e valorizzando ogni attimo dei nove lunghi mesi. In un simile gioco di narrazione e montaggio trova spazio una forte attenzione verso il dolore fisico: ogni punizione, ogni scontro viene indagato fino all’osso, ai limiti dell’eccesso. Unico neo per quanto riguarda la scansione temporale è l’insistenza scolastica sull’uso del flashback (a volte persino più di uno a puntata), a sottolineare la discrasia tra il mondo che era e la realtà di Gilead.

3. Lo spazio

I nuovi episodi indagano con maggiore attenzione l’universo che circonda il mondo fisso e stereotipato del distretto federale. Si offre più spazio alla storia parallela di Luke (O-T Fagbenle) e Moira (Samira Wiley), fuorusciti e rifugiatisi in Canada, e per la prima volta viene mostrata la realtà delle Colonie, tremendi luoghi di detenzione solo citati (ossessivamente, continuamente) nella prima stagione, che ruota attorno alle impenitenti Emily (Alexis Bledel) e Janine (Madeline Brewer). Un’estetica, quella delle Colonie, particolarmente convincente: enormi distese mozzafiato di terreno tossico sono dissodate e purificate da chi ha osato ribellarsi alla nobile causa di Gilead. Viene inoltre concesso spazio alle logiche di politica estera del neonato stato iperreligioso: l’infaticabile tentativo del comandante Waterford (Joseph Fiennes) di far prosperare lo Stato si scontra con lo sguardo sempre più inasprito e meno connivente degli altri paesi del mondo – era anche ora.

4. Il gioco della maschera
 

Ogni personaggio è disegnato a tutto tondo, e persino chi riveste una posizione di assoluta intransigenza accusa barlumi di umanità, tentennando o lasciandosi andare negli attimi più tesi. Si pensi alla complessa psicologia di Serena/Mrs. Waterford (Yvonne Strahovski), ma anche alla svolta finale della piccola Eden (Sydney Sweeney), personaggio in precedenza piatto e scialbo che prende in mano le redini del proprio destino. Persino uno sguardo o una smorfia possono cambiare il destino dei protagonisti, complice il sapiente gioco della regia, per niente spaventata dall’idea di concedere agli attori primi e primissimi piani spesso estenuanti, che arrivano a occupare decine di secondi. Il cast è in forma strepitosa e minaccia di fare (di nuovo) incetta di premi, dimostrando di sapere raccogliere con successo una pesante eredità.

5. Un finale mozzafiato

Un’architettura generale così molto ambiziosa finisce col rischiare l’implosione: si allarga lo spazio, si dilata il tempo, incombono nuovi curiosi personaggi e il pericolo è quello di decentrare il racconto, che deve invece vertere intorno all’ancella protagonista, June. A riscattare un andamento appesantito dai molti orpelli è un finale gioiello, che porta all’apice ogni strategia narrativa diluita nei tredici episodi. Un sussulto improvviso della realtà femminile di Gilead stravolge la società androcentrica e cieca in cui vive, mostrando come le radici su cui poggia lo Stato stiano scricchiolando. Un’ora piena di suspense e incertezza sfocia in una sequenza che non chiude il cerchio degli avvenimenti. Lo spettatore non può che aspettare un altro lungo anno con il cuore in gola.

Ambrogio Arienti