Voto

5
 

Uscito da ben due anni negli Stati Uniti, The Green Inferno approda finalmente in Italia. Si tratta di un cannibal movie omaggio, non dichiarato, a tale genere nostrano, portato alle sue massime manifestazioni da Ruggero Deodato con Cannibal Holocaust (1980) e da Umberto Lenzi con Ultimo mondo cannibale (1977) e Cannibal Ferox (1981). Eli Roth – L’Orso Ebreo di Bastardi senza gloria, film di cui vi abbiamo già parlato in un Movie Tip – ripropone in chiave moderna quel filone di film ambientati in Amazzonia, girati dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80, dei quali riprende numerosi stilemi: ambientazioni esotiche, tribù cannibali sconosciute, gusto per il gore, escamotage del guasto aereo, attori maldestri.
A questo citazionismo molto rispettoso dei modelli – nonché a loro inferiore –, Roth affianca una giocosa presa in giro, evidente ma sottile e arguta, degli horror di serie B, riprendendone in chiave parodica i cliché e gli stereotipi.

Ma The Green Inferno non è solo questo. Il regista riesce a inserire contenuti di inaspettatamente pregnante critica sociale. Fin dall’inizio ridicolizza i protagonisti presentandoli con spietata ironia: un gruppo di attivisti borghesi annoiati e arroganti organizza una spedizione nella Foresta Amazzonica (Perù) per salvare dai bulldozer le tribù indigene dalle quali, ironia della sorte, saranno catturati. Questi ragazzi, con i loro falsi ideali civile-umanitari e i loro comportamenti profondamente incoerenti, sono privi di scrupoli e votati a una subdola immoralità; saranno paradossalmente loro i veri “cattivi”, a differenza degli indigeni, puri nella loro totale barbarie, coerenti nella loro genuina crudeltà. Roth, così, ci impedisce di provare alcun tipo di empatia nei confronti dei protagonisti, odiosi sotto tutti i punti di vista. Il politically correct e il buonismo ostentato sono i due elementi presi di mira dal regista, che si scaglia in una satira contro la società contemporanea esibizionista, l’ossessione di mostrare una certa versione del proprio ego attraverso i social network e i media in generale, la ricerca smodata della notorietà, l’autocompiacimento nello show edonistico di se stessi. E Roth se la prende anche con il fanatismo occasionale e utilitaristico nascosto da un’ostentata nonché finta vocazione filantropica.

Peccato per le molte pecche tecniche, a partire dalla recitazione spesso fastidiosa e dalla fotografia al limite dell’amatoriale; elementi che gli impediscono di elevarsi sopra i B-movies.

Benedetta Pini