1. Remember the Cant

200 anni nel futuro il viaggio nello spazio è realtà e l’umanità ha colonizzato il Sistema Solare. Ma non ha dimenticato le vecchie abitudini, finendo per dividersi in due potenti repubbliche, Terra e Marte, impegnate in una sorta di seconda guerra fredda. Finché una misteriosa nave da guerra non affonda un mercantile: è il primo atto ostile di una delle due superpotenze o la mossa d’apertura di un complotto più vasto e oscuro?

2. Strani mondi

Il pregio di The Expanse è l’intenso lavoro di worldbuilding svolto dagli showrunner Hawk Hostby e Mark Fergus (già autori del notevole I figli degli uomini). Aiutati dalla base letteraria su cui la serie si sviluppa (i romanzi della serie La distesa di James S. A. Corey), i due riescono a costruire mondi multietnici incredibilmente vivi e ben riconoscibili, dove moda, culture e accenti distinguono i terrestri dai marziani. Ma c’è anche una terza forza in campo: gli abitanti della fascia degli asteroidi che, costretti a vivere su povere stazioni minerarie, hanno sviluppato abitudini proprie e subito un’alterazione fisica causata dall’ambiente a bassa gravità che li ha resi alti e scheletrici. Si tratta solo di alcuni esempi che denotano la base hard sci-fi su cui la serie è costruita. Dimenticate dunque spade laser e poteri mistici, in The Expanse tutto segue una logica ferrea: la tecnologia è una credibile evoluzione di quella attuale, le astronavi si muovono calcolando complicate traiettorie e viene continuamente mostrato agli spettatori come si vive – e si muore – a gravità zero.

3. La fredda luce delle stelle

La messa in scena è sempre molto piana, movimentata di tanto in tanto da cambi di prospettiva: può essere quella di un drone, di una camera di sorveglianza oppure quella di una tuta spaziale. Tutte contribuiscono a rendere più ampia l’ambientazione, coadiuvate da una fotografia che si serve di toni freddi per trasmettere l’atmosfera degli interni asettici di astronavi e stazioni spaziali.

4. Huston, abbiamo un problema

The Expanse si scontra con un nemico pericoloso, la mancanza di budget, ma lo aggira intelligentemente privilegiando il dialogo e demandando le scene d’azione a scontri brevi ma spettacolari e a battaglie spaziali che riescono a nascondere una CGI un po’ datata. Nota dolente è invece il cast: a parte alcune eccezioni (Thomas Jane) si è ben al di sotto di un livello medio, e l’espressione costantemente corrucciata di Steven Strait fa rimpiangere il buon Richard Madden.

5. Il destino dell’universo

Come raccontare un mondo tanto vasto e complesso? La serie costruisce la narrazione annodando tra loro svariate trame indipendenti che contestualizzano le situazioni dei diversi scenari: l’alta dirigente dell’ONU che affronta gli intrighi del potere, l’astronauta invischiato in qualcosa più grande di lui e il poliziotto hard boiled alle prese con il caso più importante della sua carriera costruiscono tassello dopo tassello un quadro complessivo i cui puntini si ricongiungono solo nel finale. Un format così efficace da rimanere sostanzialmente invariato da una stagione all’altra, con la sola aggiunta di un nuovo punto di vista, quello di una tostissima marine marziana.

Francesco Cirica