1. “Like… that was an ending

Che sia il 1980 o il 2018 ha poca importanza in The End of the F***ing World, una storia sufficientemente fuori dal tempo da non pretendere di risultare attendibile o verosimile. La fuga di Alyssa (Jessica Barden) e James (Alex Lawther) è grottesca, dark e tragicomica, ma sarebbe semplicistico definirla una bravata da adolescenti: non è una banale scossa alle vite noiose dei protagonisti, quanto piuttosto la tentata chiusura dei “cerchi” delle loro vite, la ricerca di un fresh start, di quell’happy end che ognuno di noi spera di guadagnarsi. Anche il finale è brillantemente conclusivo, una chiusura di un cerchio che, comunque, lascia una porta semi aperta, la possibilità di una rinascita e di una nuova scrittura.

2. F***ing great

Un titolo che racchiude il senso ultimo della storia e dei personaggi. Basta la visione del pilot per poter comprendere a pieno questa scelta: The End of the F***ing World è violento, ma non troppo, irruento e rosso come lo spettro autistico di lei e la mania perversa per il sangue di lui, improvviso e musicato ogni volta in modo diverso (e strizza l’occhio ai titoli di testa di Funny Games). Geniale.

3. Alyssa e James

Nessuno dà un nome alle patologie di Alyssa e James. Sindrome di Asperger? Autismo? O forse sono semplicemente matti? Non è dato saperlo. Tuttavia, entrambi hanno avuto un’infanzia difficile che ha inciso in modo straordinario sulle loro vite, ed è per questo che sono così atipici. Se James è interpretato brillantemente da Alex Lawther (lo strambo pedofilo della terza stagione di Black Mirror), Alyssa è una magistrale Jessica Barden. E nonostante venga introdotta allo spettatore soltanto dopo aver presentato lui, è forse lei la vera forza motrice della storia. Dettaglio non da poco: ancora una volta è una donna a condurre i giochi.

4. Aesthetically pleasing and symbolic
 

Le influenze a livello di fotografia, illuminazione e composizione dell’immagine sono tante, tutte ben dosate e presentate in modo delicatamente citazionistico senza voler strafare. La più evidente è forse la ripresa degli oggetti dall’alto – come ama molto fare Wes Anderson – per enfatizzare ciò che raccontano dei personaggi: James non si separa mai da un coltello e Alyssa dal vecchio giaccone del padre che l’ha abbandonata. Sono simboli che racchiudono tutta la psicologia contorta dei due ragazzi: entrambi ne traggono sicurezza e li usano come scudo contro la vita.

5. No FOMO on the horizon

The End of the F***ing World è una miniserie di otto episodi da venti minuti ciascuno, perfetta per fare binge watching in un giorno o due: insomma, impossibile abbandonarla per colpa di una trama di sterminata lunghezza. Scrivere episodi da venti minuti per una dark comedy è probabilmente un azzardo, eppure funziona. Sintesi del Fear Of Missing Out, ossia l’ansia del consumo iperveloce di un prodotto per poterne parlare prima di tutti gli altri (un trend che caratterizza la generazione Netflix da parecchi anni ormai), The End of the F***ing World è breve e coincisa, emozionante come un pugno dritto nello stomaco.

Caterina Prestifilippo