Voto

8

 

Spirit of my silence, I can hear you
But I’m afraid to be near you
And I don’t know where to begin.

(Death With Dignity)

 

Con questa confessione inizia il racconto tormentato di Sufjan Stevens, Carrie & Lowell, il suo settimo album. Le canzoni che lo compongono, particolarmente tristi e riflessive, mettono a nudo l’autore e ripercorrono alcuni momenti della sua vita, in particolar modo della sua infanzia. La morte della madre è il filo conduttore di tutte le lyrics: Stevens si confronta con questo dolore, lo assimila, lo vive intensamente e ne fa uso per trasformarsi e per concedersi – per così dire – un “Aufhebung”, una sincera e serena convivenza con questa mancanza. Non c’è infatti rassegnazione, ma una religiosa riflessione sul senso del dolore e la sua conseguente accettazione.

Dalla critica viene ormai considerato uno degli album migliori dell’artista, già impostosi nel panorama musicale con Illinois (2005) e con altri lavori di altrettanto grande valore. Musicalmente, come in molti dei passati dischi del cantautore, c’è una forte tendenza minimalista, che rispecchia bene il carattere confessionale dei testi.

Un folk molto intimo e tenero accarezza maternamente l’ascoltatore e, forse, anche lo stesso Stevens.

Nonostante sia un po’ ripetitivo nella proposta artistica, il risultato è indubbiamente un album di grande impatto emotivo.

Luca Paterlini