1. Prologo

Per il suo esordio nella serialità televisiva italiana, Netflix sceglie di puntare su un prodotto già noto al pubblico nostrano: Suburra. E lo fa con una serie prequel del film di Sollima (a sua volta adattamento dell’omonimo romanzo di De Cataldo e Bonini), in cui volti conosciuti e facce nuove incrociano i loro destini tra le strade più buie della Capitale. Date le premesse, la scrittura lavora molto di anticipazione, non solo stuzzicando chi conosce il film e il destino dei personaggi, ma anche aprendo le puntate con scorci sulla fine, così da una suspense che sostenga il racconto dei singoli episodi. Una mossa efficace che riesce a generare attesa e a dare freschezza al comparto narrativo.

2. “Sono il numero otto”

Con l’eccezione di Samurai, passato da Claudio Amendola a Francesco Acquaroli, tutti gli altri attori riprendono il ruolo che rivestivano nel film. Se Giacomo Ferrara e Adamo Dionisi confermano i panni degli esponenti del clan Anacleti e se quasi tutti gli altri (Claudia Gerini in primis) toppano, non si può che levarsi il cappello di fronte alla prestazione di Alessandro Borghi, che si dimostra ancora una volta un interprete di ottimo livello: il suo Aureliano ha la spavalderia del bullo di periferia ma è molto molto di più, ed è proprio grazie all’espressività di Borghi che ne emergono le fragilità, le tenerezza e, ancora più sotto, il ruggito del boss che diventerà.

3. Gomorra Criminale

Nonostante dietro Suburra ci siano la stessa produzione di Romanzo Criminale e di Gomorra e Michele Placido alla regia, già autore del serial sulla malavita romana,qualcosa sembra non funzionare. Il problema consiste sostanzialmente nel timore di rischiare, che non fa bene al prodotto: dalla sigla, eccessivamente simile a quella di Gomorra, alla regia. Nonostante l’ampio respiro della fotografia di Arnaldo Catinari, il lavoro di Placido non presenta alcun guizzo cinematografico,rimanendo ancorato alla sacra trinità del campo, controcampo e totale, incapace di eguagliare lo sguardo preciso e l’attenzione ai reparti di Sollima, vero valore aggiunto di Gomorra e del film Suburra.

4. Uomini soli

Nonostante un pool di sceneggiatori di tutto rispetto, la scrittura non riesce a ingranare. Il problema è che il soggetto non presenta un vero e proprio conflitto: si affastellano eventi su eventi che si susseguono senza coinvolgimento emotivo da parte dei personaggi, dal momento che, in realtà, non rischiano niente. È solo quando il conflitto emerge che la sceneggiatura si fa interessante. Si pensi all’omosessualità di Spadino: introdotta in modo impacciato, finisce per diventare uno dei motori drammatici della serie, in grado di tenere col fiato sospeso lo spettatore in attesa delle conseguenze dell’outing sul rapporto tra personaggi. Ma si tratta solo di una parentesi all’interno di una serie di intrighi di potere dimenticabili e di contrasti famigliari scontati.

5. Don Matteo2

In un momento storico in cui la nostra televisione è alla disperata ricerca di nuovi linguaggi espressivi, come si colloca il primo esperimento di Netflix? Lontana dai canoni della fiction nostrana, rassicurante ma incapace di emergere a livello internazionale, Suburra appare un’innovazione solo in superficie: è un 6 politico, un’occasione sprecata. È la serie di cui non avevamo bisogno.

Francesco Cirica