Voto

8

Stronger di David Gordon Green si colloca nel quadro della riflessione intorno alle nozioni di eroismo e fama che il cinema statunitense contemporaneo ha avviato ormai da qualche tempo. Basti citare la recente filmografia di Clint Eastwood per averne contezza – dalla denuncia della manipolazione di alcuni documenti di guerra (Flags of Our Fathers, 2006) alle controverse figure del cecchino Chris Kyle (American Sniper, 2014), del capitano Sullenberger (Sully, 2016) e dei tre Marines di Ore 15:17 – Attacco al treno (2018).

Come per il recente Billy Lynn – Un giorno da eroe di Ang Lee (2016), anche le vicende di Jeff Bauman, sopravvissuto all’attentato alla Maratona di Boston del 2013, sono elaborate a partire dalla pressione che l’esposizione mediatica esercita sul protagonista. All’insistenza della stampa, Bauman (Jake Gyllenhaal) risponde con riluttanza, impotente di fronte a un’intera nazione che tenta di far di lui una leggenda. Jeff Bauman sa bene di non essere un eroe: è solo una vittima degli eventi, che l’hanno voluto imbattersi nell’attentatore tra la folla e poi perdere le gambe durante l’esplosione.

La casualità delle vicende – esaltata dalla scelta di lasciare fuori fuoco il volto dell’attentatore, come una figura indistinta tra le tante – non basta per far di lui un eroe nazionale e Jeff ne è ben consapevole; ma la nazione ha bisogno di un volto da glorificare per riemergere dal buio. E dietro l’ottusità con cui insiste nel plasmarlo, Bauman riconosce la medesima cieca disperazione con cui la madre (Miranda Richardson) pianifica le sue apparizioni pubbliche.

Frastornato, Jeff si abbandona al volere altrui, lasciando che la propria vita pubblica e privata – la storia d’amore con Erin (una talentuosa Tatiana Maslany) – entrino in collisione tra loro, facendo emergere, questa volta per davvero, tutto l’eroismo di un uomo annientato dalla sorte che si ricostruisce con le proprie forze.

Giorgia Maestri