Voto

9

Quello che tutti temevamo non è successo. Che sollievo. L’asciutta regia di Richard Glatzer e Wash Westmoreland ci accompagna nella scoperta della malattia della protagonista – una forma molto rara di Alzheimer precoce – e dei suoi primi sintomi, con un distacco quasi documentaristico: niente patetismo, né eroicismo, solo la cruda realtà di una malattia che lentamente e subdolamente si impossessa delle sue vittime, inghiottendole.
Alice, interpretata da una strabiliante e misurata Julianne Moore – l’Oscar è pronto per lei – presente in pressoché tutte le sequenze, è la protagonista assoluta del film, non solo per la sua malattia, ma anche e soprattutto perché è il punto di riferimento di tutta la sua famiglia, nonché un’ottima insegnante, una donna socialmente affermata, forte e indipendente.
La frustrante malattia le toglie tutto ciò da cui ha sempre tratto la propria linfa vitale: una donna che ha trovato un’identità grazie alla propria intelligenza, proprietà di linguaggio e capacità di argomentare perde se stessa, fino ad annullarsi completamente.

Lo sguardo lucido e brillante delle prime inquadrature viene sostituito da occhi vitrei e confusi, l’abbigliamento è sempre più dimesso, i capelli rossi costantemente spettinati; le inquadrature accuratamente costruite lasciano il posto alla camera a mano e a soggettive e semi-soggettive sfocate, le ellissi sono i suoi vuoti di memoria. La regia, dunque, si fa portatrice, in modo quasi scientifico, della malattia stessa, e noi la viviamo insieme a lei. In corrispondenza del suo sprofondare nello smarrimento più totale la macchina da presa si allontana sempre di più dal volto di Alice abbandonando i piani ravvicinati; allo stesso modo anche i suoi familiari prendono le distanze, parlando di lei in terza persona e al passato, come se non ci fosse, non più.
Nonostante Alice lotti senza sosta per rimanere aggrappata a ciò che è sempre stata, il declino è inevitabile: la distanza tra lei e la realtà finisce per diventare incolmabile. Si riduce a un corpo privo di essenza.

Riesce però a trovare la chiave per affrontare questa insensata malattia, non abbastanza grave per organizzare raccolte fondi o per suscitare compassione immediata, ma abbastanza invadente da condizionare totalmente la vita di chi la subisce: è necessario imparare l’arte di perdere – citando, nel discorso tenuto durante una conferenza sull’Alzheimer, la poesia L’arte di perdere di Elisabeth Bishop – bisogna accettare il fatto che ogni ricordo è già andato nel momento in cui nasce, senza prendersela con se stessi. Godersi il momento, che è tutto ciò che rimane.
Glatzer e Westmoreland chiudono la pellicola con una dissolvenza in bianco: è l’Alzheimer, che lascia solo una tabula rasa – intesa secondo la filosofia empirica di John Locke –, e riporta alle origini.

Benedetta Pini

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