Forse per snobismo, forse per mancanza di umanità, mi sono spesso indispettito per la puntualità con cui gli utenti di Facebook si fiondano a saccheggiare le discografie di musicisti il cui cadavere è ancora caldo; questo accade sia che i suddetti utenti conoscano e amino i poveri defunti, sia che ne abbiano sempre ignorato l’esistenza (inutile dire che questo secondo caso è il più irritante).
Sarò puerile, ma mi infastidisce l’idea che sia la Signora con la Falce (o meglio, l’Eterna Zittitrice) a stilare la lista delle canzoni che devono finire nella mia playlist di Spotify o di iTunes. In ogni caso, la settimana scorsa ci sono “cascato” anch’io.

Il 12 febbraio è morto Steve Strange (1959-2015), l’uomo manifesto della musica new-romantic; appena è stata diffusa la notizia della sua improvvisa morte a Sharm el-Sheik, lo hanno omaggiato quasi in simultanea i Duran Duran e gli Spandau Ballet, che a loro tempo provocavano faide tra le rispettive ammiratrici teenager.
Entrambi i gruppi esternavano la loro gratitudine per quell’ex-giovanotto che, appena ventenne, aveva dettato i comandamenti a cui dovevano attenersi quanti aspiravano a entrare negli anni ’80 da trionfatori, equipaggiando le proprie band con l’armamentario futuristico/decadente – fatto di cipria e sintetizzatori – che in quegli anni era d’obbligo.
Fermo sull’uscio del Blitz Club in Covent Garden, Steve Strange stabiliva chi era sufficientemente “bello e strambo” da poter accedere a quella fucina di band di tendenza.

Photo of Steve Strange by Tabatha Fireman 2003

Tornando al discorso sull’Eterna Zittitrice, nell’apprendere la notizia della morte di Mister Strange, sono corso d’impeto su Spotify a frugare delle canzoni della sua band, i Visage: mi ero perso forse qualcosa? Non è che per caso Steve aveva deciso di deliziarmi con qualche sorpresa postuma? Insomma, sono anch’io un caso da manuale per le case discografiche che sfruttano la necrofilia dei musicofili.

In effetti una sorpresa c’era: l’album Orchestral, uscito di soppiatto nel dicembre del 2014, in cui Mister Strange si impegnava in un soddisfacente karaoke con l’orchestra “synthsinfonica” cecoslovacca che rileggeva i brani più prelibati dei Visage. Un bel lavoro di lucidatura che, oltre all’inevitabile gratitudine, mi ha lasciato una vaga amarezza, come tutti gli esperimenti tesi a immortalare ciò che è già immortale da decenni. La stessa amarezza avvertita quando Strange era ancora vivissimo e, a nome della reincarnazione più recente dei Visage, aveva rilasciato Hearts And Knives (2013): godibilità garantita, ed è già un traguardo, considerando quante vecchie glorie ingialliscono gli antichi fasti invece di rinverdirli. Ma tutte le canzoni mi parevano corazzate da un bozzolo ferroso, con chitarre scostanti e sezioni ritmiche aspre, come se fossero sulla difensiva, timorose di non essere all’altezza del loro glorioso passato, spaventate dall’idea di non riattivare il cuore glaciale e tagliente degli eighties. I ghiacci taglienti si possono ricreare, e nemmeno i più futuristi tra i new-romantic originari avrebbero osato sognare un gelo così pungente come quello producibile nel nuovo millennio. I cuori purtroppo sono rimasti fermi.

Il synth-sinfonismo della succitata orchestra cecoslovacca, con i suoi arrangiamenti precisionisti, non può aggiungere niente alla ricchezza fintamente svampita di un brano formidabile come Visage, brano eponimo dall’album omonimo (1980) dell’omonima band, che nella sua prima formazione poteva contare la presenza di due membri dei rinati Ultravox (Midge Ure e Billy Currie) e di parte di quegli altri geniacci dei Magazine (John McGeoch e Dave Formula).

Steve Strange #2

I Visage sono nati e più o meno morti con quell’album, pieno di brani un po’ altezzosi e un po’ esuberanti (il super-classico Fade To Grey è solo altezzoso, da venerare solo fino a un certo punto). Successivamente Strange e il suo fido Rusty Egan, il batterista, hanno partorito qualche altro pezzo di infinita coolness (come la sospirosa The Damned Don’t Cry e la sfacciata Love Glove), ma gli album più tardi – The Anvil (1982) e Beat Boy (1984) – non sono poi ‘ste gran cose.

I Visage hanno fatto la stessa fine – provvisoria – di tantissime band con cui nutrivano un’affinità estetica: i Duran Duran, finiti tra le spire di Nile Rodgers, hanno perso consistenza, un po’ come stava succedendo a David Bowie –idolo di Strange – vittima di Let’s Dance; gli Ultravox si sono suicidati a forza di orchestrazioni pazzoidi e imbarazzanti; mentre gli Orchestral Manoeuvres In The Dark hanno esagerato nell’esibire il loro lato tenero. Potrei, con sofferenza, continuare l’elenco.
La summa di tutta l’inutilità farcitissima a cui questi giganti si stavano consacrando è esemplificata da un brano stranissimo di un’altra creatura di Steve Strange, gli Strange CruiseHit And Run. Questo brano è capace di dare al termine “fasullo” ulteriori sfumature, ma è anche un pezzo irrimediabilmente divertente, che può portare la nostalgia canaglia a nuovi e più perfidi traguardi.

Per concludere, tra gioielli e paccottiglia, classici irripetibili e aggiornamenti esangui, dobbiamo tutti porgere un ringraziamento a Steve Strange per essere stato al posto giusto nel momento giusto: sulla soglia del Blitz Club, nel fatale 1979.

Andrea Lohengrin Meroni