Dal romanzo di Palazzeschi, un beffardo trattato sulla sottomissione della donna

 

Prospetticamente parlando, in ogni scena di questa trasposizione teatrale di Sorelle Materassi diretta da Geppy Gleijeses – che si tratterrà al Teatro Franco Parenti fino al 21 gennaio – c’è sempre lo stesso “punto di fuga” virtuale: il Fallo, costantemente evocato tanto in senso metaforico quanto concreto, di Remo, il nipote fin troppo diletto delle sorelle del titolo. Tutto l’universo di queste infelici e attempate sarte fiorentine gravita infatti attorno a lui, come suggerisce l’andatura pelvica del suo stesso “portatore”, il detestabile Remo, interpretato da Gabriele Anagni con la debita sfacciataggine e con gran sprigionar di feromoni.

La trama dello spettacolo – adattamento di Ugo Chiti dell’omonimo romanzo (1934) di Aldo Palazzeschi – si può scrivere su un francobollo: le Sorelle Materassi dilapidano il loro patrimonio per assecondare i capricci del nipote Remo. In cambio di cosa? Di un po’ di bellezza, di eccitazione e di dinamismo. Remo, autentico gallo del pollaio, incarna tutto ciò agli occhi delle due zie e della serva Niobe, ambigua come una balia shakespeariana. Le tre donne – più o meno consapevolmente – lo usano per godersi la vita per procura, rasentando abissi di voyeurismo e morbosità su cui la drammaturgia di Chiti apre degli squarci tra una risata e l’altra.

Chiti, del resto, è uno specialista nella rappresentazione di inferni domestici (meglio se di ambientazione fiorentina, con tutta la ricchezza linguistica che ciò comporta): basti pensare al dittico cinematografico Benvenuti in casa Gori e Ritorno a casa Gori, diretto da Alessandro Benvenuti. Ma se in Casa Gori il bersaglio era la violenza insita nell’istituto familiare, in Casa Materassi è la sottomissione della donna, tematica che non smette mai di essere attuale e che proprio in questi giorni è al centro di virulente discussioni sulla presunta complicità di molte donne nei confronti dei loro carnefici (vedi il “caso” di Catherine Deneuve).

Le Sorelle Materassi sono indiscutibilmente complici, ma come potrebbe essere altrimenti, dato che sono cresciute nella sudditanza ad un padre a cui si perdonava tutto in nome della sua “maschia decisione”? È molto inquietante in questo senso la scena in cui le Sorelle, di fronte a un gesto violento di Remo, lo identificano con terrore ed eccitazione nel loro defunto genitore. Per fortuna Palazzeschi e Chiti offrono al lettore/spettatore una via alternativa, quella proposta dalla sorella più piccola ma più navigata, Giselda. Costei mette in guardia le altre dalla tirannia del “pifferaio magico” e mette in discussione (anche qui sia metaforicamente che concretamente) l’universalità dell’efficacia del suo “strumento”: “c’è in giro di meglio!” afferma sprezzante. Insidiosamente, a mo’ di contatore Geiger per rivelare la misoginia interiorizzata dello spettatore, Giselda viene inizialmente presentata come un personaggio odioso, spingendoci a preferire la tragica accondiscendenza delle sue stralunate sorelle maggiori. Ma alla fine risulta chiaro che è lei ad essere la più lungimirante: la ragione deve prevalere – pena la vita – sulla “superstizione”, nel caso specifico la venerazione del Fallo.

Venendo al valore formale della messinscena di Gleijeses, c’è poco da discutere: dalla scenografia alla prossemica, dal gusto per il colore ai “trucchi” scenici, tutto trasuda intelligenza teatrale. Le Sorelle sono interpretate con affiatamento e tenerezza da due attrici parimenti leggendarie come Lucia Poli e Milena Vukotic, contrastate dalla “antipatica” Marilù Prati che, con ben calibrata acidità, frena lo spettatore dal fare il tifo per lei, creando cortocircuiti etici. Molto efficace anche Sandra Garuglieri, la serva Niobe, autentica collaborazionista nei confronti del predatore Remo.

Oltre alle risate esterrefatte e alla divertita malinconia che questo Sorelle Materassi riesce a propagare, lo spettatore digiuno del romanzo di Palazzeschi si porta a casa anche una devastante curiosità: quella di scoprire se lo scrittore fiorentino si sia azzardato, nel libro, a indirizzare l’attenzione dei suoi lettori sul “piffero magico” del nipote degenere Remo con audacia e insistenza  anche solo paragonabili a quelle di questa trasposizione teatrale. Palazzeschi, stupiscici!

Andrea Lohengrin Meroni