Voto

5
 

Il fascino della figura di Mussolini, uno dei volti più famosi del Novecento, è indubbio. Portarlo sullo schermo significa attivare un personaggio dal grande potenziale, che porta però con sé una serie di rischi. Sono tornato, remake della commedia tedesca Lui è tornato, parte dallo scheletro del film precedente e inscena un magico ritorno del Duce nel bel paese.

Il risultato è un prodotto che assicura buone risate e a tratti riesce a far pensare, ma nel complesso restituisce un’immagine del dittatore distorta e non del tutto riuscita. A mancare è infatti la coerenza narrativa: se nel parente tedesco la figura del Führer viene costretta in una veste farsesca, deciso e violento ma allo stesso tempo sempre clownesco e mai convincente (e in questo senso il modulo della commedia è la scelta più adatta), il Mussolini di Sono tornato è un personaggio rampante, che solo nella prima parte appare scombussolato e confuso. Catapultato ai giorni nostri, il Duce riesce poi a capire il gioco della modernità e a governare le folle, infiammate dalla sua retorica dio-casa-famiglia 2.0, che tanto assomiglia al gioco dei populismi dei giorni nostri.

Non convince neanche la messa in scena, complice una regia poco incisiva e distratta. Il montaggio è farraginoso e sconnesso (si pensi alle inquadrature aeree dell’Urbe, proposte in apertura e riciclate malamente nel bel mezzo della pellicola), la sceneggiatura si divide tra battute felici e infelici (la boutade sul delitto Matteotti è forse la più desolante). A sostenere un prodotto claudicante è la prestazione di Popolizio, brillante e costante nella sua interpretazione del Duce, capace di trasformare qualche scenetta in pepita. Mimica e gestualità dell’attore conferiscono una spina dorsale al novello pater patriae, che per qualche attimo sembra persino poter assurgere a un ruolo tragico. Il problema è il resto del film, che viaggia a corrente alternata.

Dare un messaggio o non dare un messaggio, questo è il dilemma: siamo davvero un popolo bambacione che aspetta l’avvento di un Mussolini su Twitter?

Ambrogio Arienti