Voto

7

Nel 1993, quando uscì il suo primo album Doggystyle in contemporanea al suo coinvolgimento in un processo per omicidio, Snoop Dogg era di gran lunga il rapper più temuto della scena mondiale. Da quel lontano 1993 a oggi non solo ha cambiato nome, da Snoop Doggy Dog, a Snoopzilla e infine l’ultimo, Snoop Lion –, ma ha saputo anche diversificare il proprio business – produttore di film porno, venture capitalist per investire sulla marijuana, protagonista di un reality – come pure genere musicale e identità. Ed è proprio da questa capacità di reinventarsi che nasce Bush, l’ultima sua fatica discografica.

“A feel-good record”, così lo hanno definito oltreoceano, un tributo al funk e all’R&B anni ’70, generi con cui Snoop e il suo produttore Pharrell Williams (già suo socio ai tempi delle hit Beautiful e Drop Like It’s Hot) sono cresciuti. Ciò è messo fin da subito in chiaro dalla opening track California Roll, in cui l’armonica di Stevie Wonder fa da filo conduttore a questa ride lungo Rodeo Drive di Los Angeles durante una torrida giornata, a bordo di una Cadillac con Snoop Dogg che si rolla una canna.

L’ascolto prosegue leggero e fluido con brani che non annoiano, tra una schitarrata di Neil Rodgers (storico chitarrista degli Chic) e un feturing con Gwen Stefani, fino ad arrivare alla traccia che chiude l’album, in cui Snoop Dogg canta al fianco di Kendrick Lamar e Rick Ross: I’m ya doggy; forse la traccia più rap dell’album.
Coi suoi 41 minuti di durata, in Bush le tracce si fondono bene insieme: sono dieci pezzi, ma a tratti sembra che ce ne sia solo uno. Ed è questo il suo punto di forza: come un tipico album scritto nell’era dell’old funk  quindi senza la possibilità di comporre playlist et similia – Bush potrebbe essere mandato in loop per l’intera durata di un party senza che nessuno (sobri compresi ove ve ne siano) si possa annoiare. Tuttavia sulla lunga durata risulta un disco forse troppo ripetitivo, che esaurisce la sua carica espressiva dopo pochi attenti e seri ascolti.

Ma per quanto riguarda, appunto, il prendersi sul serio, Snoop Dogg ci ha già da tempo insegnato a non farlo.

Andrea Mauri

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