Voto

7
 

Se nel 2013 la bocciatura di Reincarnated (album reggae uscito con lo pseudonimo di Snoop Lion) lo aveva riportato bruscamente sulla via del gangsta rap, ora Snoop Dogg cambia completamente registro e approccio per uno dei lavori sperimentali più riusciti della sua carriera. Un album gospel di 32 tracce con contaminazioni hip-hop e soul: la sola curiosità suscitata da un prodotto così particolare è sufficiente per dedicare almeno un ascolto a Snoop Dogg Presents Bible of Love.

Produttore e mastermind, Snoop Dogg decide di duettare e lasciare il proscenio a nomi come Faith Evans, Tye Tribbett, Rance Allen, B. Slade, Kim Burrell e Charlie Wilson, inserendosi quando e quanto basta tra un coro e un inno all’Altissimo. Una mossa di marketing che testimonia quanto Snoop Dogg sia sempre più un imprenditore inattaccabile e capace di allungare la propria carriera. A differenza del sopracitato Reincarnated, però, il risultato di Bible of Love è trascinante: in Change the World il piano prima accompagna John P. Ke e un secondo dopo viene rimodulato sul flow del “Doggfather”. Words are Few (primo singolo estratto dall’album) è invece un trionfo di chitarre, acuti e voci femminili, ma il maestro d’orchestra è sempre lui, Snoop Dogg. L’intro di Pain, uno dei brani più rappresentativi dell’album, è una dichiarazione d’amore del quarantasettenne di Long Beach.

Convinto che la sua carriera sia stata segnata da qualcosa di divino, Snoop Dogg trasforma un sentimento incontrollabile in suono, musica, canzoni. E questo basta a rendere speciale Bible of Love.

Matteo Squillace