Voto

7

Sergio (Tomás Cao) è un professore di filosofia marxista che si barcamena tra scuola e famiglia; Sergei (Héctor Noas) è l’ultimo cosmonauta russo sulla stazione spaziale MIR. Tra loro una radio, punto di contatto e origine di un’amicizia, che diviene l’ancora cui si aggrappano di fronte al crollo del muro di Berlino e al definitivo fallimento non solo degli ideali in cui hanno sempre creduto, ma di un modo di interpretare il mondo.

Ernesto Daranas mette in scena due uomini alla deriva nella Cuba stritolata tra povertà estrema e arte d’arrangiarsi, in cui l’Internazionale si canta a stomaco vuoto e perfino il tragicomico Grande Fratello castrista deve scontrarsi con la mancanza di energia elettrica. Uno sguardo beffardo eppure malinconico che ricorda quello di una certa commedia all’italiana, al quale Daranas aggiunge una spruzzata di realismo magico tutto sudamericano.

E se, come disse Gagarin, la Terra vista dallo spazio non ha nazioni né confini, così la regia propone uno sguardo che osserva l’Avana dall’alto, come a cancellare pregiudizi, meschinità e piccoli egoismi. Perché, in fondo, basta alzare lo sguardo per vedere al di là delle differenze che dividono gli uomini e trasformare i vecchi regimi in palloni (gonfiati) che volano via leggeri, lasciando dietro di sé solo un ricordo e le note di una vecchia canzone; quella Piove (Ciao ciao bambina) che, suonata sui titoli di coda, con la sua sognante malinconia l’epilogo migliore che il film possa avere.

Francesco Cirica