Peplum

Gli anni ’50 e ’60 segnano l’apice del genere dello sword and sandal (“spada e sandalo”) non solo in Italia ma anche all’estero. Personaggi forzuti come Maciste, Ercole e Sansone dominano le scene, compiendo azioni eroiche sullo sfondo di un mitico mondo greco-romano. Nel 1947 entra in gioco Sergio Leone, grazie alla possibilità di lavorare come assistente alla regia di Alessandro Blasetti per Fabiola, film che dà il via al filone del peplum in Italia. Negli anni successivi si cimenta in una serie di esperienze nell’ambito del cinema statunitense, ad esempio come aiuto regista di Mervyn Leroy per la sua versione hollywoodiana di Quo Vadis (1951) e di Robert Wise per Elena di Troia (1956).

Il debutto da regista avviene con Gli ultimi giorni di Pompei come sostituto di Mario Bonnard, assentatosi per motivi di salute (anche se la partecipazione di Leone non viene accreditata nei titoli di testa). I produttori della pellicola proporranno in seguito a Leone la regia de Il Colosso di Rodi, il suo primo “vero” film, che uscirà nel 1961. Benché non faccia trasparire più di tanto la visione politica e sociale del regista, che sarà più evidente nei successivi lavori, la pellicola mette in luce una delle tematiche fondamentali per Sergio Leone: la questione della lotta dei deboli contro i potenti e la società. Il film testimonia anche la visione pessimistica di Leone, che si rivela nelle scene di violenza e nel finale di totale distruzione. La regia si dimostra già equilibrata ed essenziale, ed è in particolare con le scene di battaglia che Sergio Leone dimostra la sua abilità con la macchina da presa, aprendosi la strada verso il western e la celebre Trilogia del dollaro.

Western

In Italia, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, il peplum viene progressivamente sostituito dal western, proprio mentre negli Stati Uniti questo genere stava perdendo seguito. Per Sergio Leone è dunque il momento di dare vita alla Trilogia del dollaro. Nel 1964 esce il primo capitolo, Per un pugno di dollari, in cui il regista ingaggia il giovane Clint Eastwood nel ruolo del “magnifico straniero” e Gian Maria Volonté come suo antagonista (Van Cliff verrà invece scelto per il secondo e il terzo capitolo). Il film passerà alla storia come la nascita del sodalizio tra Sergio Leone e il compositore Ennio Morricone. A causa del budget molto basso (120 milioni di lire) imposto dalla produzione, la pellicola viene realizzata utilizzando in parte il materiale di scena destinato a un’altra pellicola dello stesso genere e considerata un successo sicuro, Le pistole non discutono di Mario Caiano, inoltre viene adottato il tecnhiscope, meno costoso del cinemascope. Seguono i film Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo, nei quali Leone dedica una maggiore attenzione alla cura dei dettagli, grazie anche al notevole aumento del budget rispetto al primo film.

Dopo l’exploit della trilogia, i western di Leone assumono tratti sempre più personali: è la volta di C’era una volta il West, il film che più di tutti lascia spazio alla visione di un nuovo mondo migliore e che riflette il credo socialista del regista, rappresentato metaforicamente dal movimento del dolly sulla moderna stazione ferroviaria di Flag, che svela gradualmente l’orizzonte allo spettatore, simbolo di speranza. Rispetto alla Trilogia del dollaro cambiano gli sceneggiatori, cambiano gli attori e cambia la location, spostando il set nella Monument Valley di Ombre rosse (John Ford, USA, 1939), scelta appositamente per strizzare l’occhio alla grande tradizione del western americano. È questo il periodo in cui in Italia inizia a spopolare il genere comic western (definito anche fagioli western), dal quale Leone prende le distanze, e sembrerebbe fare lo stesso anche con il cinema engagé o cinema politico. Tuttavia, nel 1971 esce il suo sesto lavoro Giù la testa, il primo film che riflette la critica antiborghese di Leone e in cui la lotta del protagonista contro una società ostile, manipolatrice e violenta si fa esplicita e toccante.

Gangster movie

Nel 1976 Leone inizia a dedicarsi a C’era una volta in America, il cui soggetto era però in cantiere da molti anni. Il film rappresenta una svolta nel percorso del regista, che abbandona il genere che lo aveva consacrato anche all’estero e si dedica a un gangster movie. Anche in questo caso è l’immaginario americano a prendere vita nella pellicola di Leone, ma lo spiraglio verso la speranza e il cambiamento (che poteva essere intravisto in C’era una volta il West) si chiude, così come si chiude l’ampiezza panoramica del techniscope, e Leone dipinge un nuovo tipo di Ovest, un’America che non lascia possibilità di rivalsa. Al protagonista Noodles (Robert De Niro), imprigionato dalla società e dalla macchina da presa, non resta che rifugiarsi nella memoria di quello che è stato, ripercorrendo le tappe della propria vita in una dimensione di ebbrezza onirica, al punto che viene da chiedersi se quello che vediamo corrisponda realmente al suo passato o se sia solo frutto dei suoi deliri allucinatori.

Giulia Crippa