Voto

8

Presentato al festival di Locarno, Sembra mio figlio punta i riflettori sulla storia, passata sotto silenzio da gran parte dei media, del popolo Hazara, vittima in Afghanistan di feroci persecuzioni dalla fine dell’Ottocento in avanti. La narrazione si appoggia alle vicende biografiche di Mohammad Jan Azad, che la regista Costanza Quatriglio ha conosciuto durante le riprese del suo documentario Il mondo addosso (2006). Scappato giovanissimo dall’Afghanistan, Jan non ha più avuto notizie della madre per anni. Lo stesso accade nel film a Ismail (Basir Ahnang) e a suo fratello Hassan (Dawood Yousefi), che dopo essersi costruiti una vita in Italia tentano di riprendere contatto col mondo che hanno lasciato.

La fotografia è travolgente, merito di una macchina da presa che, accompagnando Ismail nel suo viaggio, si fa tacita spettatrice di ogni manifestazione di vita e di morte sullo schermo. Si sofferma sugli sguardi del giovane e di Nina (Tihana Lazovic), presi da un amore che sta tutto nel non detto, in una complicità tanto più intensa se priva di parole, fra gli occhi emozionati di lei e la tranquilla contemplazione di lui. Segue da vicino i rituali di dolore della comunità Hazara, devastata dalla violenza, fissando senza mai distogliere lo sguardo i corpi coperti di sangue delle vittime e le lacrime di chi sopravvive. È il punto di vista di Ismail, per il quale riscoprire le proprie origini ha un che di sacrale, e Ahnang, che nella vita non è attore ma poeta e giornalista, dà al tormento del personaggio una toccante autenticità.

Il finale improvviso su un’inquadratura stranamente pacifica lascia decidere allo spettatore se avere fiducia o meno nel futuro dei protagonisti: si può davvero trovare la quiete dopo tanta sofferenza?

Clara Sutton

Potrebbero interessarti: